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domenica, 27 gennaio 2008

Gaza-strip2  NON DIMENTICHIAMOLI

      http://www.freegaza.ps/english

Questo lo ha scritto kiboko alle 13:52 | link | commenti (4)
israele, memoria, resistenza, kibokerie

martedì, 28 agosto 2007



Due articoli, che potrebbero benissimo non azzeccare niente uno con l’altro ma anche sì.

clik per ingrandire

Questo - clik - che ho tradotto malamente qui, parla di Nigeria, Delta del Niger, dove c’è tanto petrolio e quindi tanta povertà. L’“e quindi” è decisamente voluto, tralasciando l’aspetto ambientale, la più o meno forzata “occidentalizzazione”, in questo caso per occupazione industriale – ma non è da immaginare molto diversa dalle occupazioni militari e nemmeno dalle occupazioni turistiche – è distruttiva.

clik per sapere chi è SoyinkaUn centro di estrazione, un battaglione militare, un villaggio vacanze. Non faccio distinguo, credo cambi solo la velocità di contaminazione, forse anche la dolcezza dell’impatto, ma la distruzione è certa.

Ce lo direbbe Ochalan e se pensate sia troppo di parte potete chiederlo a Garabombo l’invisibile,  al Moro-Naba dei burkinabè o a una puttana di Malindi. Oppure si fa una gita con Wole Soyinka a Isarà, quel villaggio di pietra rossa scavato nei fianchi della collina, quello dove sono cresciuti il padre di Wole, e il padre di ogni Nigeriano prima di lui.

Insomma la popolazione del Delta del Niger, dopo anni di rivendicazioni sacrosante ma pacifiche, e quindi praticamente ignote e ignorate dal mondo intero compresi probabilmente i  Nigeriani del Nord, ha deciso che era il caso di diventare terroristi. E nemmeno si sono convertiti in massa all’Islam, il chè ci crea effettivamente qualche problema di incasellamento. Anche andando a rileggersi tutti gli editoriali di Allam e i libri della Fallaci e financo gli articoli di Sofri non c’è modo di trovare qualcosa.


Sì, s’era sentito parlare di scontri, tra quei bellicosi di islamici del nord e quei poveri teneri cristiani del sud, ma come dire, proprio la grancassa su questi terroristi islamici del Delta del Niger non s’è alzata, chi si azzarda a parlarne con sicurezza durante la pausa caffè?? anzi, è quasi imbarazzante, questi rapiscono ostaggi, danno la parola sul giorno in cui li libereranno e poi li liberano, e si incazzano quando le compagnie petrolifere gli offrono un riscatto. E il bello è che questi tecnici occidentali hanno le lacrime agli occhi quando vengono liberati, gli rimangono nel cuore questi strani terroristi che proprio non riusciamo a capire cosa vogliano.


clikIl secondo articolo (clik sulla foto) è di Paolo Barnard che è stanco. E non c’è popolo più abietto di quello che delega la conoscenza ai profeti (grazie Diego – clik)

Questo lo ha scritto talib alle 10:53 | link | commenti (3)
resistenza, mamafrica

clik per l'originale dell'articoloLa Crisi del Delta del Niger

Solidarietà culturale vs Interessi corporativi

Di Jessica Long -
26 Agosto 2007 – Information Clearing House

Clik sul banner per l'originale dell'articolo

“Nel mondo occidentale, dicono che l’ignoranza è beatitudine. Ma in Africa diciamo che l’ignoranza uccide.” Orikinla Osinachi

– Royal Dutch Shell ha iniziato a spillare petrolio dal Delta del Niger nel 1956. Mezzo secolo in campo.. gli orrori degli interessi corporativi occidentali stanno iniziando a chiedere pedaggio. Il 13 Agosto 2007, i lavoratori petroliferi hanno minacciato di abbandonare la regione del Delta se le violenze avessero continuato. Il risultato è stato che i militari hanno inondato le strade di Port Harcourt, perquisendo gli individui “sospetti”. Molto prevedibilmente, il Presidente Bush ha inviato navi da attacco armate per aiutare il Presidente Obasanjo nella sua strategia politica aggressiva. Sono questi sforzi corporativi bilaterali che hanno spinto i ribelli della regione del  Delta del Niger a misure drastiche e disperate.

Globalmente, gli è stato affibbiato il titolo di “cattivi ragazzi” – (espressione usata in un articolo su allafrica.com). Ma, come è spesso il caso, i loro enormi sforzi di riformazione sono passati in sordina… esclusivamente le loro azioni, non i loro motivi, sono oggetto di discussione sui media.

Ciò nondimeno, la crisi nel Delta del Niger è esemplare di come la degradazione ambientale ed economica ha portato a reazioni violente miste a solidarietà culturale. La storia della Nigeria è storia di un lungo sfruttamento, ambientale, economico e culturale.

Le risorse sono essenziali per l’economia Nigeriana; il petrolio rappresenta il 90% delle esportazioni e l’80% delle entrate governative. La Nigeria, ad oggi, guadagna circa 7.09 bilioni di dollari all’anno dal petrolio grezzo. Il successo dell’industria petrolifera ha fatto sì che la Nigeria fosse l’11ma nazione ad aderire all’OPEC nel 1971. Ma, in accordo a UNDP, a dispetto del fatto che la Nigeria è una della maggiori produttrici di petrolio, è al 151 posto su 177 tra i paesi più poveri del mondo.

A livello nazionale, dai 50 agli 80 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà. Nel Delta del Niger, centro della produzione petrolifera, il 72% delle famiglie vive sotto la soglia di povertà. Una nazione con una tale abbondanza di risorse potrebbe non dover fronteggiare una crisi economica che persiste dalla liberazione nel 1960. Il Governo Federale Nigeriano, in concerto con le multinazionali petrolifere, lavorano d’equipe per mantenere  questi ideali borghesi. In altre parole, gli abitanti del Delta del Niger continuano a vegetare economicamente in un mercato globale corporativo in evoluzione. Forse queste condizioni iniziano ad avere un significato se prendiamo atto che il 10% del paese controlla il 40,8% della ricchezza del paese. Inoltre, le azioni dell’elite dominante sono da biasimare. Mentre qualcuno insiste che la ricchezza dovuta al petrolio può essere usata per facilitare il lancio di futuri piani di sviluppo, la progressione verso lo sviluppo resta stagnante. Come abbiamo visto così tante volte prima, c’è conflitto tra agenda capitalistica e opere umanitarie.

La popolazione del Delta del Niger ha provato invano protestando pacificamente per decenni, a far cambiare le cose. A parte episodi marginali negli anni ’90, ogni violenza inflitta viene generalmente arginata dal governo Nigeriano che agisce per mantenere i suoi vincoli corporativi al mercato economico globale. Ancora gli abitanti del Delta del Niger continuano a tentare idee nuove per alleviare la situazione: chiedendo indennizzi attraverso accordi finanzial/istituzionali per le comunità delle zone di produzione petrolifera e implementando leggi riguardo a metodi  più efficenti di controllo delle risorse.

Comunque, anche gli indennizzi e l’efficienza delle risorse sono lontante dall’essere realizzate. Perciò, il decadimento economico, culturale e ambientale persiste a dispetto dei decenni di proteste pacifiche e dei tentativi di riforma. Ma ora, il caos ha prevalso. Le frustrazioni dovute alla mancanza di attenzione al degrado ambientale e la continua esplorazione delle industrie petrolifere hanno portato a un forte risentimento. Il Comitato di investigazioni sulle Violazioni dei Diritti Umani ha stabilito: il petrolio, una delle più grandi benedizioni  che Dio ha riversato sulla nostra terra, è diventato una maledizione. Il petrolio diventa, nelle mani dell’elite dominante e della classe politica, uno strumento che suona il rintocco funebre del buon governo (Civil Society Forum 2005)

Mentre il mondo continua a distogliere lo sguardo dalle questioni etiche del Delta del Niger, gli atti di volenza e di vandalismo crescono. Futili tentativi di riforma hanno dato strada a violenti sconvolgimenti, che costano milioni alle compagnie petrolifere. Il dialogo sotteso a questa questione cresce fermamente mentre i civili provano a diventare militanti, spillando petrolio dalle raffinerie e rapendo i suoi lavoratori, come nel 2006 con gli ostaggi del MEND.

Chi è da biasimare? E come possiamo far terminare questo caos? Alcuni studiosi, come Anthony Maduagwu, considerano le infrastrutture e il governo federale Nigeriano come fonte di instabilità: il NEPA (National Electric Power Authority) e le raffinerie di petrolio sono due delle
autorità riconosciute come manipolate. Questo è il lavoro del governo, tirar su questi elementi di anti progresso e lavorare in accordo con questi.  Tuttora, mentre i profitti della produzione petrolifera sono nelle mani dell’elite politica, il motivo di sconcerto diventa non solo civico, ma anche corporativo. C’è una ragione sostanziale per cui questi atti di violenza e di vandalismo non sono diretti solamente al governo federale. Questi atti di violenza, sebbene diretti all’industria petrolifera e al governo federale Nigeriano, hanno l’obiettivo di essere conosciuti nel mondo. Per citare John F. Kennedy, “quelli che rendono impossibile una rivoluzione pacifica, rendono inevitabile una rivoluzione violenta”

A prima vista, il maggior ostacolo che debbono fronteggiare i ribelli indigeni della regione sembra essere la frammentazione culturale. In Nigeria ci sono più di 250 differenti culture, la storia della regione è quella di un lungo e complesso conflitto culturale. Tuttavia di fronte all’opposizione, la solidarietà culturale è cruciale per la trasformazione. A dispetto degli anni di conflitto, vari gruppi etnici della regione del Delta del Niger si sono alleati nella loro resistenza al governo federale  e alle compagnie petrolifere.

Il Movimento Chikoko, formato da Ijaw, Itsekiri, Ogoni, Andoni, e Ilage, e l’Oduaj’s People’s Congress, è un esempio dell’unificazione culturale nella regione. Nel febbraio 2006, una serie di lavoratori petroliferi è stata presa in ostaggio da militanti armati che si sono dichiarati membri della tribù Ijaw. Il gruppo è responsabile di una serie di attacchi in cui 14 persone sono state uccise e 11 risultano disperse. Gli Ijaw sono alleati con altre tribù indigene, ma hanno una grande autonomia nelle azioni, a causa della gravità della loro situazione. Più che altre tribù, i Ijaw restano schiacciati tra i politici Nigeriani e la società civile. Come regalo delle raffinerie di petrolio, le condizioni di salute degli Ijaw sono deteriorate e le condizioni ambientali continuano a peggiorare.

Perciò, continua la violenza. Mentre la tensione aumenta, piccoli conflitti culturali serpeggiano e trovano sfogo nella ribellione della comunità. E’ molto più pratico opporsi come fronte unito che come una frammentata rete di individui. Lentamente, le tattiche collettive rivoluzionarie prendono il pedaggio dalle multinazionali. I continui disordini nella regione hanno portato ad una diminuzione del 10% nell’esportazione giornaliera di petrolio di 2.5 milioni di barili. Molti Nigeriani hanno capito che l’unità culturale offre una possibilità di effettiva opposizione. La difficoltà resta il dissuadere la “classe alta” Nigeriana dal cedere ai richiami delle “corporatocrazie” occidentali.


Jessica Long è laureata in Scienze Politiche alla Western Washington University. Quando non è in giro per il mondo, vive nello stato di Washington.

Questo lo ha scritto talib alle 10:41 | link | commenti (4)
resistenza, mamafrica

martedì, 10 luglio 2007

Palestina, alcuni link per capire cosa sta succedendo,

clik sulle foto:

Khalas





Hamza





Electronic Intifada

Questo lo ha scritto talib alle 13:55 | link | commenti (3)
resistenza

giovedì, 07 giugno 2007

Barcellona 05...scritta fotografata a Barcellona tre anni fa, ma sempre attuale....

Questo lo ha scritto kiboko alle 17:15 | link | commenti (2)
resistenza, kibokerie

giovedì, 31 maggio 2007

clik per l'originale dell'articoloFOTO: L’ambasciata U.S.A. in Iraq da 592 milioni di dollari

30 maggio 2007. Clik sul banner per l’originale dell’articolo

La costruzione dell’ambasciata U.S.A. in Iraq, l’inizio dei lavori è previsto per  Settembre, ha un costo stimato di 592 milioni di dollari, con un dispiegamento di 1.000 uomini e costi operativi che ammontano a 1,2 bilioni di dollari all’anno clik. Sarà un complesso di 104 acri (n.d.Talib 420.888 m2) clik , che è approssimativamente la misura di 80 campi da football. Il 10 maggio, il Senatore Patrick Leahy (Democratico) ha criticato le dimensioni e i costi dell’ambasciata in una udienza con il Segretario di Stato Condoleezza Rice:

Ora, dopo aver detto e ridetto che non vogliamo essere visti come una forza occupante in Iraq, stiamo costruendo la più grande ambasciata – probabilmente la più grande del mondo – in Baghdad. E la sensazione è che continui a crescere e crescere.. Siamo d’accordo sul dover concentrare il nostro aiuto localmente non a Baghdad, ma abbiamo 1.000 Americani nell’ambasciata di Baghdad. Aggiungiamo i contractors e lo staff del luogo e il numero sale a 4.000.

Lo studio di architetti che ha progettato l’ambasciata, Berger Define Yaeger, ha pubblicato il progetto del colosso sul suo sito web. Alcune anticipazioni del complesso con piscina e campi da tennis clik :



Il complesso “includerà 2 costruzioni ad uso uffici, una delle quali in futuro verrà utilizzata come scuola, 6 costruzioni ad uso abitativo, palestra, piscina, un quartiere per la mensa con un suo impianto di generazione energia e impianto per il trattamento dell’acqua.” clik  

L’ambasciata U.S.A. è prevedibile che creerà ancora più grande risentimento da parte degli Iraqeni verso l’occupazione U.S.A. Mentre gli Americani vivranno in ambienti raffinati, i cittadini di Baghdad sono obbligati a sopravvivere con appena 5-6 ore di elettricità al giorno clik . Baghdad è stata recentemente valutata la peggiore città del mondo clik in cui vivere.


Aggiornamento: La residenza dell’ambasciatore U.S.A. in Iraq sarà di 16.000 piedi quadrati clik  (n.d.Talib: 1 piede quadrato è uguale a 929,03 cm2, sicchè la residenza è di circa 1.500 m2). Il deputy chief of mission (boh? Ambasciatore supplente?) avrà una “intima casetta” della misura di 9.500 piedi quadrati (n.d.Talib: che sono la sciocchezzuola di 882 m2)

clikp.s.d.Talib: come diceva il buon Sankara?

non possiamo essere la classe dirigente ricca in un Paese povero?

Ah l’hanno ammazzato, certo, certo.

Questo lo ha scritto talib alle 11:47 | link | commenti (20)
traduzioni, pessimismo e fastidio, resistenza, uruknet

mercoledì, 25 aprile 2007



Ran Cohen, The Electronic Intifada, 24 April 2007

Clik sul banner per l’originale dell’articolo.

La leggenda dei posti di blocco rimossi.

Lunedì scorso I giornali ci hanno dato un piccolo motivo per essere felici. Il Primo Ministro Israeliano Ehud Olmert si è incontrato col Presidente Palestinese Mahmoud Abbas per la seconda volta in poche settimane. Riportando dell’incontro descritto dai Palestinesi come “infruttuoso” – Ha’aretz annota:

“anche un tenente colonnello dell’IDF (n.d.Talib: Israel Defense Forces) ha partecipato all’incontro. L’ufficiale ha parlato brevemente con i Palestinesi dei piani di rimozione dei posti di blocco nella West Bank. Secondo l’ufficiale, l’IDF ha rimosso 44 posti di blocco. Ha aggiunto che l’IDF sta progettando di rimuoverne altri 17 nel prossimo avanzamento del piano. La fonte informa che la delegazione Palestinese ha chisto la rimozione di altri posti di blocco, e Olmert ha espresso la sua volontà in proposito.”

Buone notizie, no?!

Senti senti: l’IDF ha rimosso 44 posti di blocco! Può non essere molto, viste la lista piuttosto estera di restrizioni imposte ai Palestinesi, per esempio:

Proibizioni in atto

Ø      Ai Palestinesi della striscia di Gaza è fatto divieto di stare nella West Bank.

Ø      Ai Palestinesi è fatto divieto di entrare in Gerusalemme Est.

Ø      I Palestinesi della West Bank non possono entrare nella Striscia di Gaza tramite il passo di Erez.

Ø      Ai Palestinesi è fatto divieto di entrare nella Jordan Valley

Ø      Ai Palestinesi è fatto divieto di entrare in villaggi, terre, cittadine, e vicinanze della “seam line” tra il recinto di separazione e la Green Line (circa il 10% della West Bank)

Ø      Ai Palestinesi non residenti nei villaggi di Beit Furik e Beit Dajan nell’area di Nablus, e Ramadin nel sud di Hebron, è proibito entrarci.

Ø      Ai Palestinesi è fatto divieto di entrare nell’area di colonizzazione (anche se le loro terre sono nell’area di colonizzazione)

Ø      Ai Palestinesi è fatto divieto di entrare a Nablus con un veicolo.

Ø      Ai Palestinesi residenti in Gerusalemme è fatto divieto di entrare nell’area A (Città Palestinesi della West Bank).

Ø      Ai Palestinesi residenti nella Striscia di Gaza è fatto divieto di entrare nella West Bank tramite l’Allenby crossino.

Ø      Ai Palestinesi è fatto divieto di viaggiare all’estero dall’aeroporto Ben-Gurion.

Ø      Ai bambini sotto i 16 anni è fatto divieto di lasciare Nablus senza un certificato di nascita originale e un genitore.

Ø      Ai Palestinesi con permesso di entrare in Israele è fatto divieto di entrare usando gli stessi passaggi degli Israeliani e dei turisti.

Ø      Ai residenti di Gaza è fatto divieto di prendere la residenza nella West Bank.

Ø      Ai residenti della West Bank è fatto divieto di prendere la residenza nella Jordan Valley, nelle comunità presso la seam-line, o nei villaggi di Beit Furik e Beit Dajan.

Ø    Ai Palestinesi è fatto divieto di trasportare merci e carichi attraverso i posti di blocco della West Bank.

Proibizioni periodiche

Ø      Ai residenti di alcune parti della West Bank è fatto divieto di viaggiare nel resto della West Bank.

Ø      Alla popolazione di un certo gruppo di età – principalmente uomini dai 16 anni ai 30, 35 o 40 – è fatto divieto di lasciare l’area dove risiedono (di solito Nablus e altre città della parte nord della West Bank).

Ø      La macchine private non possono passare dal posto di blocco di Swahara-Abu Dis (che separa la parte nord della West Bank dalla parte sud). Questa restrizione venne cancellata per la prima volta 2 settimane fa in occasione dell’allentamento delle restrizioni.

Permessi di viaggio richiesti

ü      Carta magnetica (necessaria per entrare in Israele, ma facilità anche il passaggio ai posti di blocco nella West Bank)

ü      Permesso di lavoro per Israele (l’impiegato deve andare presso gli uffici dell’amministrazione civile e richiederne uno)

ü      Permesso per trattamenti medici negli ospedali Israeliani e Palestinesi di Gerusalemme est (il richiedente deve possedere un invito dell’ospedale, la sua anamnesi medica, e provare che quel trattamento che lui sta cercando non può essergli fornito nei territori occupati).

ü      Permesso di viaggio per passare dai posti di blocco della Jordan Valley.

ü      Permesso mercantile per trasferire merci.

ü      Permesso di colitvare lungo la seam line richiede un modulo dall’ufficio del registro delle terre, un titolo di proprietà e la prova di una relazione stretta con il proprietario della terra

ü      Permesso di entrata per la seam line (per parenti, team medici, lavoratori edili, ecc. Quelli col permesso devono entrare ed uscire dallo stesso passaggio, ache se lontano o anche se chiude presto).

ü      Permesso di passaggio da Gaza, attraverso Israele verso la West Bank.

ü      Certificato di nascita per ragazzi sotto i 16 anni.

ü      Carta di identità per residenti di lunga data per chi vive nelle enclavi della seam line.

Posti di blocco e barriere

o       Al 9 gennaio 2007 75 posti di blocco fissi nella West Bank

o       A settembre 2006 circa 150 posti di blocco mobili alla settimana

o       446 ostacoli tra le strade e i villaggi, inclusi cubi, bastioni, 88 passaggi blindati e 74 km di recinzione lungo le strade principali.

o       Ci sono 83 passaggi blindati lungo la recinzione di separazione che divide le terre dai loro proprietari. Solo 25 ogni tanto sono aperti.

Principali strade chiuse ai Palestinesi, ufficialmente o in pratica

v     Road 90 (l’arteria di grande traffico della Jordan Valley).

v     Road 60, in the North (dalla base militare  Shavei Shomron, ovest di Nablus and direzione nord).

v     Road 585 lungo le colonie di Hermesh and Dotan.

v     Road 557 ad ovest del raccordo di Taibeh-Tul Karm (Green Line) ad Anabta (esclusi i residenti di Shufa), e a est da Nablus sud (posto di blocco di Hawara) fino alla colonia di Elon Moreh.

v     Road 505, da Zatara (raccordo di Nablus) a Ma'ale Efraim.

v     Road 5, dal raccordo di Barkan alla Green Line.

v     Road 446, dal raccordo di Dir Balut alla Road 5 (Colonie di Alei Zahav e Peduel).

v     Roads 445 and 463 intorno alle colonie di Talmon, Dolev, e Nahliel.

v     Road 443, da Maccabim-Reut a Givat Ze'ev.

v     Strade della città vecchia in Hebron.

v     Road 60, dalla colonia di Otniel direzione sud.

v     Road 317, intorno alle colonie della zona sud della collina di Hebron.

Così, tenendo presente questa lista, come ho appena detto, la rimozione di 44 posti di blocco non è molto, ma insomma, è una buona notizia no?

Indietro a dicembre 2006

Rinfreschiamoci la memoria. Tutto è iniziato lo scorso Dicembre, quando Olmert incontra Abbas. Olmert gli promette di rimuovere i posti di blocco nella West Bank. “Ho l’intenzione di supervisionare personalmente”, dice Abbas, “così che la società Palestinese possa trovare sollievo” (Ha’aretz, 24 dicembre 2006). Lo stesso giorno, Ha’aretz riporta che il ministro della difesa Amir Peretz e il suo aggiunto Ephraim Sneh stanno attualmente lavorando ad un piano per facilitare i movimenti dei Palestinesi nella West Bank.

I due devono aver passato la notte intera nel loro ufficio, ad escogitare un piano per smantellare non meno di “45 di circa 400 posti di blocco.” All’alba, quando volevano ritirarsi per un pisolino, trovano Ha’aretz sull’uscio, titolo principale “IDF si oppone al piano di Olmert per smantellare i posti di blocco della West Bank”.

Questa sembra una storia degna di essere seguita. In una democrazia, il governo da gli indirizzi politici e l’esercito li esegue. In altri tipi di regimi, l’esercito da gli indirizzi politici, il governo annuisce. Che tipo di regime è Israele?

Olmert fa marcia indietro

Pochi giorni dopo (Ha’aretz, 27 dicembre 2006) il primo ministro ordina comunque all’esercito di smantellare I posti di blocco – ma “in una seconda fase, conseguente ad una decisione ulteriore della fase politica”. Così, al primo passo, nessun posto di blocco sarà rimosso (e dopo vedremo). Questo, come qualche sociologo Israeliano dice, è sempre stato il regime Israeliano. Invece di rischiare uno scontro con l’esercito, il governo accondiscende alle richieste dell’esercito.

Intanto, Aluf Benn di Ha’aretz rivela che il “nuovo” piano per smantellare 45 posti di blocco non è altro che un vecchio documento, preparato dall’esercito Israeliano originariamente in inglese – un “prodotto d’esportazione” per occhi Americani – tornato nel 2005. E mai messo in pratica, naturalmente. Troppo per la notte insonne dell’aiutante di Olmert. Tutto quello che hanno fatto è stato nutrire i media con un vecchio documento dell’esercito.

Il premio dell’esercito

Comunque, il primo ministro ha dato all’esercito l’ok per non smantellare nessun posto di blocco. L’esercito, da parte sua, non ha lasciato senza ricompensa questo gesto ministeriale. Il 17 Gennaio Ha’aretz riporta che l’esercito Israeliano infine accondiscende. “La Forza di Difesa Israeliana (IDF) ha annunciato ieri di aver recentemente rimosso 44 barriere che erano locate vicino a villaggi Palestinesi nella West Bank. Negli ultimi anni, l’esercito ha predisposto circa 400 barriere e blocchi stradali permanenti. Lo smantellamento fa parte di una serie di passi intesi a dare sollievo alle restrizioni ai Palestinesi, annunciati dopo l’incontro del 24 Dicembre tra il Primo Ministro Ehud Olmert e il Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas.”

Ops…

In questo caso eccezionale, ci è voluto meno di una settimana per mostrare lo sporco legame tra governo ed esercito.

Un mucchio di questi traffici – tra governo, esercito e coloni – non vengono mai alla luce. L’intero progetto coloniale Israeliano è basato su traffici di questo tipo, fatti in barba a tutti i meccanismi democratici. Ma questa è stata un’eccezione. Il 22 gennaio, facendo seguito ad un imbarazzante rapporto ONU, l’esercito ha dovuto ammetterlo.

Le Forze di Difesa Israeliane hanno ammesso ieri che le 44 barriere che hanno detto di aver rimosso tra i villaggi della West Bank non esistevano.

Martedì scorso, l’IDF ha annunciato di aver rimosso 44 barriere che bloccavano le strade di accesso ai villaggi della West Bank, per mantenere le promesse fatted al Primo Ministro Ehud Olmert al Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas durante il loro incontro di un mese fa. Olmert ha promesso misure per alleviare la vita dei civili Palestinesi.

Comunque, fonte militare ha ammesso ieri che questi ostacoli sono stati rimossi prima che a livello politico si decidesse per l’attenuazione o già erano scavalcati dai Palestinesi, e la decisione presa è stata quella di non ricostruirli.

Così i 44 posti di blocco, od ostacoli “rimossi”, non esistevano in un primo tempo. Gli Israeliani hanno mentito probabilmente contando sulla superiorità dell’informazione Israeliana: dopo tutto, chi può contare tutti i posti di blocco meglio dell’esercito Israeliano? Purtroppo, le Nazioni Unite si sono mostrate un inaspettato ostacolo.

Le bugie di ieri sono la verità di oggi

Ma perchè disturbarsi a dire la verità quando una bugia si dimostra così buona? 3 mesi dopo, Israele conta già sulla nostra memoria corta. In un incontro ufficiale tra il primo ministro Israeliano e il Presidente Palestinese, niente meno, l’esercito rende nota ancora una volta la leggenda dei 44 “posti di blocco rimossi”. La bugia detta a Gennaio viene riciclata come verità in Aprile, e tutti sono felici: Israele può reclamare di aver mantenuto la promessa, gli Americani possono reclamare progresso nel “processo di pace”, anche il Presidente Mahmoud Abbas può reclamare una conquista.

Chi si prenderebbe la scocciatura di ricordarci che tutto questo non è altro che una bugia? Il martoriato popolo Palestinese non ha sentito il benché minimo sollievo, ma è stato cinicamente imbrogliato ancora una volta. E tutti noi siamo stati abbindolati con loro.

Ricordiamocelo la prossima volta che i Palestinesi mostreranno la loro inspiegabile ingratitudine.

Il Dott. Ran Cohen è nato in Olanda nel 1964 ed è cresciuto in Israele. Ha un B.A. (?) in scienze informatiche e un M.A. (?) in Letteratura Comparata, e la sua PhD (!!) è in studi ebraici. Insegnante universitario in Israele. Lavora anche come traduttore (dal tedesco, inglese e olandese) e come critico letterario per il quotidiano Yedioth Achronoth.

I lavori di Cohen sono stati pubblicati ampiamente in Israele. “Letter from Israel” appare occasionalmente su Antiwar.com.

Questo articolo, pubblicato su Antiwar.com, è ripubblicato con il permesso dell’autore.