

colui che cerca.
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Come oggi sono 25 anni che è morto nonno Angelo (clik)
A me piace ricordarlo così
Ecco, che sono in pausa si capiva anche senza che lo scrivessi, è che non ho proprio tenuto botta. Se per sbaglio lascio la tv incustodita, al primo accenno di musichetta del TG mi si rizzano i peli. Non ci voglio pensare, che in Libano stanno morendo come le mosche e il resto del mondo approva. Non ci voglio pensare che la democrazia che vogliamo esportare serve solo a crescere ciccioni ignoranti.D’altra parte sono sempre stata una fan di quel coso con due gambe di nome guidogozzano e quindi sto così, coricata nel trifoglio e vedo un quadrifoglio che non raccoglierò.
Ps quest’anno perdo la madonna del buon viaggio (clik) , l’unica festa che mi fa voler bene ai miei vicini di casa che per il resto dell’anno sono da internare in neuropsichiatria. Ultimamente – sarà stato il caldo – hanno dato il meglio, quando torno fo l’epitaffio, che da ottobre trasloco, torno a vivere in campagna (clik) .
Ciao!
Najib è in Italia dal ’74. E’ uno dei primi che è arrivato, ma non gli è andata tanto bene. Il suo unico avere qui è un furgoncino da mercato, con tanto di tende parasole montate sul tetto. Lavora ogni tanto, perché non ha il posto fisso e si posiziona quando qualche banco va in ferie. Lo hanno mandato via da dove era parcheggiato ed è arrivato qui, a Renà. Si è messo sul ciglio della strada, e quando si sveglia la mattina apre il portellone e vede esattamente questo: (la foto è di Kibokina, la mia fotografa preferita!)
Non è male. Lì sotto c’è il bar che apre presto la mattina. Ora che ci dorme anche
L’estate scorsa lei lavorava proprio in questo bar. Una sorta di avvicinamento al lavoro patrocinato non ho capito da che Ente. Perché
Najib arriva, poi. Chiave del bagno e magari una bella birretta, tanto per iniziare la giornata. Poi racconta mille cose, a chiunque si trova a passare di lì. Parla, parla, parla. A ruota libera e senza la minima sosta tra una cosa e l’altra. Ti racconta che la sua famiglia arriva da Bassora ed è proprietaria di tanta terra, in campagna, fuori Casablanca. Là ha una moglie e un figlio ormai grande, e ti spiega quanto è importante la figura del padre, che deve guidare i propri figli, lui che lo vede da 30 anni qualche settimana all’anno, quando riesce. Infarcisce il tutto con alcune perle, ti parla dell’acqua che è fonte di vita e di morte, più preziosa del petrolio. Ti dice che il decadimento del mondo arabo è stato causato dall’invasione dei costumi turchi, libertini. Che le donne vadano all’Hammam è per lui fonte di… quasi tutti i guai (eheh Laurina tu hai avuto l’onore, testimonia!).
Da quando mi hanno detto che vive lì con Najib, ho scoperto che
Inutile dire che questa curiosa “unione di fatto con furgoncino” ha animato le fantasie degli autoctoni.
La prima cosa che è stata tirata in ballo è Allah. E’ difficile per me capire, lo dico veramente. Io di Islam ne so tanto così – l’ultima falange del dito indice – eppure non mi verrebbe proprio in mente, che in questo pezzo di strada che si fanno insieme due disgraziati, ci sia dietro questo misterioso Islam.
Qualche giorno fa Rumi ha lasciato un commento, sul blog Iran. In sintesi diceva che secondo lui gli immigrati musulmani - sunniti ;) - che vengono in Italia a delinquere, a male comportarsi, sono doppiamente riprovevoli, perché oltre che non seguire la via di Allah, infangano l’Islam.
Naturalmente è la sua personale opinione, ma credo che molti musulmani, soprattutto dei paesi di origine dei magribini che lavorano in Italia, la condividerebbero.
Credo che nessuno spacciatore, ladro o drogato di origine marocchina, sia mai tornato a casa a vantarsi di quello che fa in Italia. Anche quelli che hanno distolto lo sguardo da Dio, e vivono di espedienti, a malincuore mandano a casa “soldi sporchi”. O meglio, si creano una fitta trama di giustificazioni, “quelli sporchi li spendo io qui, giù mando solo soldi puliti”. A sua volta la famiglia colpevolmente ignora, probabilmente. Questo innesca tra l’altro una escalescion infernale, perché quando il ragazzino marocchino di 18 anni vede i vicini arricchirsi sempre più, “perché hanno un figlio in Italia”, gli viene voglia di partire. E c’è sempre qualcuno che lo incoraggia, perché per arrivare in Italia si paga, e tanto. Quindi non ha granchè importanza che “il cliente” vada a stare meglio o peggio. Poi una volta in Italia, quasi sempre la cosa che gli riuscirebbe più facile fare a questi ragazzi, clandestini e senza lavoro, è delinquere. Se non lo fanno è proprio perché non è cosa buona. Ne conosco tanti, ragazzi marocchini puliti, che non li salutano nemmeno, i loro compatrioti così. Hanno il cuore sporco, dicono. Inutile dire che sono la maggioranza, quelli onesti, proprio grazie alla loro così vituperata formazione islamica (ma avrei potuto dire “religiosa”).
Tutta questa “tratta dei poveracci”, inutile dirlo, non ha niente a che vedere con l’essere buoni musulmani. Guadagnare dei soldi con la pellaccia di ragazzini illusi è qualcosa di diverso, dal Corano. Anche un governo che lo permette, non è propriamente testimonianza del volere di Dio. Dico bene Rumi e Reza? C’è questo sguardo distaccato da parte degli shiiti o comunque dei musulmani di paesi orientali verso i Governanti del Maghreb?
E’ che si tratta di dinamiche assolutamente normali, probabilmente funziona così da quando siamo usciti dalle caverne, e Allah era di là da venire e così Ahura Mazda e Amon e forse la dea Madre, iniziava a comparire con le sue tette burrose (io me la immagino tale e quale a Dacia,
Insomma,
Se una di queste mattine becco
La “puttana”, la chiama il buon Gisberto, il metereologo del borgo dal ‘46.
Ultima estate al mare.
Dalla finestra della cucina della Giulitta si vede il fico d’india, quello che ha portato dalla Calabria mio nonno e ora è enorme, e le pale penzolano dal muretto a secco. Subito dopo c’è la casa di nonna, un po’ nascosta dal limone.
La Giulitta invece non c’è più, è morta l’anno scorso. Un’esistenza più che discreta la sua. Se ne gironzolava per i campi lì davanti, con la pancia in fuori e i suoi mille stracci uno sull’altro, il passo lemme da donna incinta, le mani sui fianchi e una cantilena sul tono della “i” che ha scandito le giornate di tutti, a “Villa Rocca” (o “Contrada delle fantine” come la chiamano. Pochi matrimoni tra le arzille signore che popolano il rione, che mi possa portare buono).
La Giulitta era strana. Si mangiava le parole e me faceva paura da piccola, non le ho parlato fino a che non sono diventata grande.
A casa sua non c’ero mai stata, ma passavo lì davanti – ed è uno dei primi ricordi che ho di bimba – e mi arrampicavo sulle scale per andare dalla cognata (stranina pure lei devo dire) che mi dava dei bicchieroni di vino rosso con lo zucchero, fin da piccolissima. Mi ricordo proprio di come mi sembrassero alti quegli scalini, e mi ci arrampicavo a 4 zampe.
E
Però la sera ci sono le lucciole. Non tante come quando ero piccola, ma ci sono. E c’è odore di stagioni che cambiano e impari quando è la stagione delle ciliegie e quando delle zucchine e se avrò mai un bambino vorrei proprio che crescesse lì. 
E la casa della Giulitta ha un terrazzo che è il tetto delle cantine sotto ed è come un’aia. Ci mettevano a seccare il granturco su grossi lenzuoli, quando c’erano ancora i campi di granturco, prima di portarlo al mulino.
Ultima estate al mare, a ottobre si torna in campagna, si torna a casa, nella casa della Giulitta.
Anche i miei nasturzi tornano in campagna con me, alla faccia della Signorina Rottermaier. Borgo Renà sentirà la mancanza delle mie finestre fiorite.

E’ arrivato il momento. Può darsi sia più contenta anche lei. Magari trova un nuovo padrone che la porta sugli sterrati, che ci carica dietro la legna o i cani da caccia o come in Marocco, il pane o il pesce.
Ciao Pode, ti ho voluto tanto bene! (clik)
La foto è una gentile concessione di Laura Fatima, la mia sorellina in terra straniera :*
Tre giorni di movida. Venerdì sera Mohamed, che in attesa di p.di s. fa il perfetto casalingo, mi ha detto preoccupato: oggi c’è stato tutto il giorno zilzil! Ciò messo un po’ a farmelo tradurre ma è terremoto. Ti si muove il pavimento da sotto il culo. Se sei in movimento non te ne accorgi nemmeno, ma se sei seduto scrolli. Può capitare 10 minuti al mese o tre giorni di seguito, come questo week end(*). In più un rombo di pietre che rotolano avanti e indietro, costante. La macchina impanata di salmastro (non ce l’ho l’acqua nello spruzzino, e se ce l’avessi ciò il tergicristallo rotto), la roba stesa secca come baccalà ancora da ammollare e i miei EROICI nasturzi soppraffatti. Dicano che lo iodio del salmastro aiuta, di sicuro non ti allarga l’apertura mentale. I miei vicini sembran usciti dal coraggio del pettirosso di Maggiani, che però è ambientato in un bricco lassù in cima alla lunigiana e di molti decenni fa. Codesti sono nati su una barca ma non c’è niente che gli garbi di più che farsi i cazzi degli altri. E in questo sono coerenti, se lo tramandano di generazione in generazione. Aggiungici che son pochi (e saremo 30, dai), aggiungici che i loro trisavoli erano già qui e che la new entry (la foresta) sono io e il gioco è fatto.
Gli do le loro belle soddisfazioni, se dovessi traslocare si uccidono dalla noia.
Ho capovolto la disposizione della sala perché la signora con cagnolino che mi sta ad angolo retto ora almeno guarda la mia tv, prima era nella traiettoria del divano. Quello di fronte – l’uomo del marciapiede – è la vedetta del borgo, vive sull’uscio e legge improbabili riviste con gli occhiali scuri calcati. Trova sempre una scusa per attaccare discorso quando transito, a volte mi manda i saluti da persone con cui non ho contatti da anni, con cui lui ha parlato di me (!!!). Poi c’è la variegata categoria degli osservatori dalla persiana socchiusa. L’effetto alone di luce alle spalle tipo film horror è terrificante. Poi vorrei un gatto, intensamente. E un giardino. E’ che sabato se casa mia sembrava un brutto sogno, la casa a metà costa pareva un incubo. Il cielo nero, il vento che fischiava su per la vallata stretta e ripida. Il giardino c’è, ma ha una pendenza del 30percento! Però è l’ultima casa del paese. Superi la chiesa e il grappolo di case che strozzano la strada, giri la curva di già tra i campi e c’è lei. Esame superato!
(*) nota pallosa ma doverosa, che non ci si crede. Mi hanno spiegato che c’è una polla di acqua dolce al largo qui davanti, che probabilmente scorre sotterranea proprio sotto casa mia. Quando le onde spingono indietro l’acqua nella cavità in cui scorre, trema tutto sopra. Io la do per buona!
Da piccola quando mi chiedevano che mestiere volevo fare rispondevo buttando in fuori la panzona: la contadina!
Ero una bambina con un mestiere nelle mani. Avevo il mio coniglio Chicco – quello che non si doveva mangiare – e lo portavo a passeggio con il guinzaglio. Avevo il gatto Cilo – l’unico col pass per venire in casa - e il cane Jacky, morto misericordiosamente schiacciato – lui dice per sbaglio – dal vicino di casa, ma ormai era sordo cieco e gli inficcavano le supposte di Voltaren per i dolori.
La mia migliore amica era la mimosa a fianco alla baracca del nonno, quella piena di radio riparate, quella dove c’era il fonografo e ogni tanto i grandi decidevano di sacrificare una puntina e via “chi gettò la luna nel pozzo, chi la gettòòòò”. 
Ero la nipote preferita di nonno, mi ha insegnato a fare le mensoline angolari coi rimasugli di legno e ciavevo la camera piena, di mensoline angolari. Le appendevo io ficcando chiodi ovunque. La baracca del nonno sembrava la pancia di un peschereccio, c’era il lettino per il pisolino pomeridiano incassato tra le mensole piene di chiodi recuperati e fildiferro arrotolato e bottiglioni di vino e giù in fondo le botti e il rumore dei topi che correvano sopra ai cartelloni di lamiera dei gelati Algida e Sammontana, al posto del soffitto. E io e nonno facevamo insieme la raccolta di figurine degli animali e io le attaccavo sull’album e lui attaccava le doppie in giro per la cantina e qualcuna c’è ancora, nonno è morto 20 anni fa.
E io vivevo libera come una bambina selvaggia, avevo la mia tana nella spaccatura di una roccia e ci sistemavo le cartuccie da caccia usate con i fiori dentro. E c’erano milioni di lucciole e milioni di grilli. E io rotolavo per i boschi con le mani piene di pietre, fiori e funghi di pino.
Poi mi sono innamorata di un boscaiolo, naturalmente. Un boscaiolo senza macchia e senza paura che lottava contro il sistema e il Matzucoccus Feytaudi. Ogni tanto andavamo in trasferta – i boscaioli e tutta la tribù di mogli compagne e figli – in valdaosta o in trentino e magari capitava di andarci in un corteo di anticaglie, tutta strada normale in porter in R4 e in 2CV charleston e in ape e si piantava la tenda nel bosco più bello.
E d’autunno si ammazzava il maiale e venivano anche i compagni delle vallate e nessuno a mani vuote e io vincevo sempre la gara del pirrone(*) campionato femminile. Quante volte mi sono svegliata nel fienile, la mattina dopo. 
Ora abito così vicino al mare che quando è mosso mi si muove il letto e non ci crederei nemmeno io se me lo dicessero, ma si muove. Ci crede solo chi ci ha dormito quando c’è il mare mosso. Faccio crescere eroici nasturzi in vasetti bonsai di terracotta nella fessura che c’è tra la persiana e i vetri e mi sento parecchio Heidi quando l’hanno mandata a Francoforte. Cioè fino a ieri ci stavo benone. Poi mi hanno detto che c’è una casa che mi potrebbe interessare. Una casa vecchia, con la stufa a legna e il giardino. Una casa vecchia in un comune che nel suo periodo di massimo fulgore contava 300 focolari, e parliamo del 1700.
E’ un paese a mezza costa arrampicato nell’entroterra e guarda il mare a una trentina di km là sotto. Mi prrrrrrudono le piante dei piedi.

(*) Aah, il pirrone. Chiedo il conforto di Andrea che l’è zeneize. Dicesi pirrone alambicco con il becco di uscita del liquido molto lungo e stretto. Fin dalla notte dei tempi usato per dissetarsi dai marinai, riempiendolo con metà vino bianco e metà gassosa (per risparmiare, essendo essi genovesi?!), indi sollevandolo fino ad avere il gomito ben dritto senza smettere di centrare la bocca. Vince chi se ne tracanna uno di un sol colpo, respirando col naso e ingollando, senza morire soffocato. E’ nota la versione in piedi sul tavolo a gambe ben divaricate e altro braccio sprezzantemente sul fianco. Si accompagna ottimamente all’asado e favorisce il discorrere sui massimi sistemi quanto il rutto.
Ma per dire. Io sono cresciuta in un paesello, a
e 4. Ieri sera la quarta persona in una settimana mi ha detto: "ma sei sicura che non caschino quelle fioriere??" Sono un elemento talmente estraneo per la piazzetta le mie tre fioriere rigurgitanti nasturzi che gli Horsus Ligusticus han deciso di buttarla sull'ordine pubblico. Ora mi fanno venire i dubbi anche a me. E’ che loro non lo sanno ancora, che devono fiorire anche le campanelle. Ma cosa ne sanno loro dei bombi educati che si innasturziano in maniera ortodossa e dei calabroni scostumati che bucano i petali da dietro e succhiano senza sporcarsi le zampe. Cheglielodicoafare. p.s. e grazie alla mia sorella - d'animo e di fioriere - per le dritte informatiche! :*
Noi in Liguria non ci si fa mancare nulla. Ieri e ierilaltro c’è venuta a trovare la bora. Faceva un po’ impressione il mare, calmissimo, una tavola. Tutto il resto volava. Vento di monte. La mia mucca da trasporto si pigliava le bordate sui fianchi scricchiolando e cigolando, ma ha tenuto botta. I vasi che ammonticchio sui davanzali, invece, non ce l’hanno fatta. Il cactus è precipitato a spine in giù, i nasturzi han capito di essere stagionali e i campanellini si sono suonati l’ultima ora. Lo so che ghignano, tutti i miei vicini di casa. Non gli spunta un filo d’erba dalla finestra nemmanco per sbaglio, a loro. Ma ghignano ancora per poco. Non lo sanno che ho i rimpiazzi pronti. I semini son già lì che spingono dal terriccio. Stavolta provo con le ipomee, mi sento che ce la posso fare, però voglio il parere dell’Alfonsina!
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