

colui che cerca.
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Esclusivo: intervista al leader di Hamas
Published 17 September 2009
Grazie alla lista Apriti Sesamo – L’orginale è qui
In esclusiva mondiale, Ken Livingstone discute di religione, violenza e delle possibilità di pace con il leader di Hamas Khaled Meshal
La chiave per la pace in medio oriente è il ripristino delle leggi internazionali e il riconoscimento del diritto sia dei Palestinesi che degli ebrei Israeliani di vivere in pace e sicurezza l’uno accanto all’altro. Come dice il Presidente Obama, non c’è un processo di pace oggi. Il primo ministro Israeliano Binjiamin Netanyahu, continua ad estendere gli insediamenti illegali nella West Bank e in Gerusalemme Est e mantiene un quasi assoluto assedio di Gaza. I Palestinesi lanciano inefficaci razzi su Israele. Israele attacca regolarmente i territori Palestinesi con armi moderne.
Nessun grande conflitto può essere risolto senza che entrambe le parti dialoghino tra loro. E’ stato il caso del Sud Africa, dell’Irlanda e di infinite altre situazioni dove la gente diceva che non avrebbe mai parlato con gli antagonisti. Sono stato diffamato negli anni 80 per avere detto quello, per risolvere il conflitto irlandese, devi parlare con Gerry Adams e Martin McGuinness.
In medio oriente, la pace può essere ottenuta solamente attraverso la discussione tra i rappresentanti eletti sia degli Israeliani che dei Palestinesi – e questo significa Hamas, che ha ottenuto la grande maggioranza nelle ultime elezioni parlamentari Palestinesi, così come Fatah. Questo non significa che io sia d’accordo con i punti di vista di Hamas, Fatah o il governo di Israele. Per niente. Non lo sono. Per esempio, penso che un numero di passaggi nella carta originale di Hamas siano inaccettabili e dovrebbero essere ripudiati. Molti osservatori credono che questo sia anche il punto di vista di alcuni all’interno di Hamas,
Ancora, per troppe persone, Hamas in quanto organizzazione resta oscura. Quello che vengono a sapere su Hamas deriva da media ostili; non ha un volto. Molti probabilmente pensano che il suo leader sia una figura con dei problemi, alla Osama Bin Laden. In realtà, i seguaci di al-Qaeda in Gaza sono così ostili verso Hamas da avergli dichiarato guerra.
Per queste ragioni, ho pensato fosse importante intervistare il leader di Hamas, Khaled Meshal, che vive in esilio in Siria. Non tutte le questioni sono chiare. Ma all’inizio di ogni processo di pace, la cosa più importante è l’impegno. Il dialogo è necessario per portare chiarezza e comprensione reciproca. Il Sinn Fein non rispondeva ad ogni domanda all’inizio e nemmeno lo fa Binyamin Netanyahu oggi. Le risposte di Meshal vengono in un tempo di crescenti tensioni e rinnovate minacce di morte contro di lui, in aggiunta al permanente pericolo di essere assassinato, come promessogli non solo dagli Israeliani ma anche dai seguaci di al-Qaeda nella regione.
Spero che questa intervista possa contribuire a creare il dialogo che è necessario, e che credo inevitabile. E’ semplicemente una questione di quanta sofferenza ci sarà, da entrambe le parti, prima che ci si arrivi.
Può raccontarci un po’ della sua infanzia e delle esperienze che hanno fatto di lei la persona che è oggi?
Sono nato a Silwad, un villaggio nella West Bank vicino a Ramallah nel 1956. Nei miei primi anni, ho imparato da mio padre di come facesse parte della rivoluzione Palestinese contro il mandato Britannico in Palestina negli anni 30 e di come avesse combattuto, insieme ad altri Palestinesi usando armi primitive, contro le gang sioniste ben equipaggiate ed addestrate che attaccavano i villaggi Palestinesi nel 1948.
Ho vissuto a Silwad per 11 anni, fino alla guerra del 1967, quando venni costretto con la mia famiglia, come centinaia di migliaia di Palestinesi, a lasciare casa e stabilirci in Giordania. E’ stata un’esperienza traumatica che non scorderò mai più.
Cosa le è successo dopo la Guerra?
Subito dopo, ho lasciato la Giordania per il Kuwait, dove mio padre aveva già vissuto e lavorato prima del 1967. Dopo aver finito le scuole primarie nel 1970, sono andato alla prestigiosa scuola secondaria Abdullah al-Salim. Nei primi anni 70 era un centro di intensa attività ideologica e politica.
Durante il mio secondo anno alla al-Salim school sono entrato nella Fratellanza Musulmana (al-Ikhwan al-Muslimun). Finendo in maniera soddisfacente il quarto anno mi sono assicurato l’ammissione alla Kuwait University dove mi sono laureato in fisica
Alla Kuwait University c’era una attiva sezione della General Union of Palestinian Students (GUPS), sotto il controllo assoluto del movimento Fatah. Io e i miei compagni islamici decidemmo, nel 1977, di unirci al GUPS, cosa che avevamo precedentemente scartato, e contestare l’elezione della sua leadership. Comunque, lavorare dall’interno del GUPS era impossibile, ci sentivamo sempre bloccati e abbiamo capito che per noi Islamici non ci sarebbe mai stata una opportunità. Nel 1980, due anni dopo la mia laurea, gli studenti più giovani decisero di lasciare il GUPS e fondare la loro associazione Palestinese nel campus.
Molti studenti erano diventati disillusi dalla leadership Palestinese, che sembrava impegnata ad ottenere molto meno di quanto avevano sognato crescendo, vale a dire la completa liberazione della Palestina e il ritorno alle loro case di tutti i rifugiati.
Com'è la situazione di Gaza oggi?
Gaza oggi è sotto assedio. I valichi sono chiusi quasi sempre e alle vittime della guerra Israeliana di Gaza è stato negato per mesi l'accesso ai materiali da costruzione per ricostruire le case distrutte.
Scuole, ospedali e case in molte zone della striscia di Gaza hanno bisogno di essere ricostruite. Decine di migliaia di persone rimangono senza casa. Mano a mano che l'inverno si avvicina, le condizioni di queste vittime potranno solo peggiorare, nel freddo e nella pioggia. Un milione e mezzo di persone sono tenute in ostaggio in una delle più grandi prigioni della storia dell'umanità. Non possono viaggiare liberamente al di fuori della striscia, nemmeno per trattamenti medici, per studio o per altre necessità. Quello che abbiamo a Gaza è un disastro e un crimine contro l'umanità perpetrato dagli Israeliani. La comunità mondiale, attraverso il suo silenzio e la sua indifferenza, è complice di questo crimine.
Perchè secondo lei Israele sta ancora imponendo il blocco su Gaza?
Gli Israeliani pretendono che l'assedio sia per ragioni di sicurezza. Il vero intento è mettere sotto pressione Hamas punendo l'intera popolazione. Le sanzioni vennero applicate subito dopo che Hamas vinse le elezioni Palestinesi nel Gennaio 2006. Mentre la sicurezza è una delle loro preoccupazioni, non è la motivazione principale. L'obbiettivo primario è colpire il risultato delle democratiche elezioni che portarono Hamas al potere. Gli Israeliani e i loro alleati cercano di imporre il collasso di Hamas attraverso la persecuzione del popolo. Questo è un tentativo orrendo e immorale. Ad oggi, l'assedio continua a dispetto del fatto che noi abbiamo, nei 6 mesi passati, rispettato il cessate il fuoco. L'anno scorso, fu osservata la tregua da giugno a dicembre
Quanti militanti di Hamas e rappresentanti di Hamas eletti sono in prigione in Israele? Tutti sono stati incriminati e condannati per crimini?
Su un totale di 12.000 Palestinesi detenuti nelle carceri Israeliane, circa 4.000 sono membri di Hamas. Inclusi ministri e parlamentari (membri del Palestinian Legislative Council). Ne sono stati rilasciati una decina, ma una quarantina di membri del PLC restano detenuti. Alcuni sono stati giudicati, ma molti sono trattenuti in quella che gli Israeliani chiamano detenzione amministrativa. L'unico crimine di cui sono accusati è di associazione con il gruppo parlamentare di Hamas. Esercitare un diritto democratico è considerato un crimine da Israele. Tutti questi Palestinesi sono portati davanti ad un sistema di giustizia che non ha niente a che fare con la giustizia. Il sistema giudiziario Israeliano è uno strumento dell'occupazione. In Israele, ci sono due sistemi giudiziari: uno per gli Israeliani e un altro per i Palesinesi. Questo è un regime di apartheid.
Che parte hanno avuto, se l'hanno avuta, gli altri stati e le istituzioni, come gli USA, l'Unione Europea, la Gran Bretagna, l'Egitto o l'autorità Palestinese, nell'assedio di Gaza?
L'assedio di Gaza non avrebbe mai potuto essere se non con la collusione delle potenze regionali e internazionali.
Come secondo lei può essere tolto l'assedio?
Al fine di togliere l'assedio devono essere rispettate le leggi internazionali. Dovrebbero essere riconosciuti gli elementari diritti umani dei Palestinesi e il loro diritto di vivere dignitosamente e liberi dalla persecuzione. Dovrebbe esserci una volontà internazionale di servire la giustizia e appoggiare i principi fondamentali delle leggi internazionali riguardo ai diritti umani. La comunità internazionale dovrebbe liberarsi dalle manette della pressione Israeliana, dicendo la verità e agendo di conseguenza.
Israele dice che il bombardamento e l’invasione di Gaza l’anno scorso sono stati in risposta a ripetute rotture del cessate il fuoco da parte di Hamas e al lancio di missili nel sud di Israele. E’ così?
Gli Israeliani non stanno dicendo la verità. Noi eravamo impegnati nella tregua dal 19 Giugno al 19 Dicembre, ma ancora l’assedio non fu mai tolto. Le trattative implicavano il cessate il fuoco bilaterale, il togliere l’assedio e aprire i valichi. Noi ci siamo pienamente conformati al cessate il fuoco mentre Israele lo ha osservato solo in parte, e verso la fine del periodo ha ripreso le ostilità. Durante questo periodo, Israele ha mantenuto l’assedio e ha aperto alcuni valichi solo ad intermittenza, permettendo non più del 10% delle necessità basilari della popolazione di Gaza.
Israele ha ucciso la possibilità di rinnovare la tregua perchè l’ha violata deliberatamente e ripetutamente.
Ho sempre informato i miei ospiti occidentali, incluso l’ex presidente USA Jimmy Carter, che nel momento in cui venisse proposta ad Hamas una tregua che includa la fine del blocco e l’apertura dei valichi, Hamas assumerebbe un atteggiamento positivo. Ma nessuno ci ha mai fatto una offerta del genere. Per quanto ci riguarda, il blocco equivale ad una dichiarazione di guerra che autorizza all’autodifesa.
Quali sono l’ideologia e gli obiettivi di Hamas?
Il nostro popolo è vittima del progetto coloniale chiamato Israele. Per anni, abbiamo sofferto varie forme di repressione. Metà del nostro popolo è stato spossessato e gli è negato il diritto a ritornare alle loro case, e metà vive sotto un regime di occupazione che viola i loro fondamentali diritti umani. Hamas lotta per la fine dell’occupazione e per il ripristino dei diritti della nostra gente, incluso il diritto al ritorno a casa.
Qual’è dal suo punto di vista la causa del conflitto tra lo stato di Israele e i Palestinesi?
Il conflitto è il prodotto dell’aggressione e dell’occupazione. La nostra lotta contro gli Israeliani non è perché sono ebrei, ma perché hanno invaso la nostra terra e ce ne hanno spossessato. Noi non accettiamo che siccome gli Ebrei sono stati perseguitati in Europa abbiano il diritto di prendere la nostra terra e sbatterci fuori. Le ingiustizie sofferte dagli ebrei in Europa sono orribili e criminali, ma non sono state perpetrate dai Palestinesi o dagli Arabi o dai Musulmani. Quindi, perché dovremmo essere puniti per le colpe degli altri o pagare per i loro crimini?
Lei crede che Israele intenda continuare ad espandere i suoi confini?
Israele, ufficialmente, non ha confini di stato. Quando Israele venne creato sulla nostra terra 62 anni fa, i suoi fondatori sognavano una “Grande Israele” che si estendesse dal Nilo all’Eufrate. L’espansionismo si è manifestato in differenti occasioni: Nel 1956, nel 1967 e più tardi con l’occupazione di una parte del Libano negli anni 80. Debolezza Araba, superiorità militare Israeliana, il supporto dato a Israele dai paesi occidentali, e i massacri contro civili disarmati in Palestina, Egitto e Libano gli ha permesso di espandersi di quando in quando. Sebbene l’espansionismo ancora si celi nelle menti di molti Israeliani, sembrerebbe non sia più una opzione praticabile. La resistenza Libanese e Palestinese ha forzato Israele a ritirarsi unilateralmente dalle terre precedentemente occupate attraverso guerra e aggressione. Mentre in passato Israele era in grado di sconfiggere molte armate Arabe, oggi si trova davanti una resistenza formidabile che non solo controlla il suo espansionismo ma anche, alla lunga, la costringe ad abbandonare gran parte delle terra occupata illegalmente.
Quali sono i vostri principali obiettivi? Hamas è principalmente una organizzazione politica o religiosa?
Hamas è un movimento di liberazione nazionale. Non vediamo la contraddizione tra identità Islamica e la nostra missione politica. Mentre impegnamo gli occupanti attraverso la resistenza e la lotta per ottenere i diritti del nostro popolo, siamo fieri della nostra identità religiosa che deriva dall’Islam. Diversamente dall’esperienza Europea con il Cristianesimo, l’Islam non fornisce, domanda o riconosce una autorità ecclesiastica. Semplicemente fornisce una serie di linee guida la cui interpretazione dettagliata è soggetta e prodotto dell’umano sforzo (ijtihad)
Siete impegnati nella distruzione di Israele?
Quello che sta realmente succedendo è la distruzione del popolo Palestinese da parte di Israele; E’ l’uno che occupa la nostra terra e ci esilia e ci uccide, incarcera e perseguita la nostra gente. Noi siamo le vittime, Israele l’oppressore, e non vice versa.
Perchè Hamas sostiene le forze militari in questo conflitto?
La forza militare è una opzione che il nostro popolo utilizza perché nient’altro funziona. La condotta di Israele e le collusioni della comunità internazionale, anche attraverso il silenzio o l’indifferenza o il vero e proprio coinvolgimento, giustifica la resistenza armata.
Ci piacerebbe vedere questo conflitto risolversi pacificamente. Se l’occupazione finisse e il nostro popolo fosse in grado di esercitare l’autodeterminazione nella sua patria, allora non ci sarebbe bisogno di usare la forza. La realtà è che circa 20 anni di negoziati di pace tra Palestinesi e Israeliani non hanno restituito nessuno dei nostri diritti. Al contrario, siamo andati incontro a maggiori sofferenze e maggiori perdite come risultato di compromessi unilaterali adottati dai negoziatori Palestinesi.
Da quando il PLO (Palestine Liberation Organization) è entrato nelle trattative di pace di Oslo con Israele nel 1993, altra terra Palestinese nella West Bank è stata espropriata da Israele per costruire ancora insediamenti ebrei illegali, espandere quelli esistenti o costruire super strade ad uso esclusivo degli Israeliani che vivono in questi insediamenti. Il muro dell’apartheid che gli Israeliani hanno eretto lungo la West Bank ha consumato grosse porzioni di terra che si supponeva sarebbero ritornate ai Palestinesi in accordo alle trattative di pace.
Il muro dell’apartheid e centinaia di checkpoint hanno trasformato la West Bank in enclavi isolate, come le celle di una grande prigione, che rende la vita intollerabile.
Gerusalemme è costantemente ritoccata, con lo scopo di alterare il suo profilo e la sua identità, e centinaia di case Palestinesi sono state distrutte all’interno della città e nei dintorni, creando migliaia di Palestinesi senza casa nella loro terra natale. Invece di rilasciare prigionieri Palestinesi, gli Israeliani hanno arrestato altri 5.000 Palestinesi dopo la conferenza di pace di Annapolis del 2007 – azioni che testimoniano il fatto che semplicemente essi non sono interessati per niente alla pace.
Hamas è impegnato in attività militari al di fuori della Palestina?
No, da quando è stata fondata 22 anni fa, Hamas ha confinato il suo campo d’azione militare nella Palestina occupata.
Volete stabilire uno stato Islamico in Palestina nel quale tutte le altre religioni sarebbero subordinate?
La nostra priorità in quanto movimento di liberazione nazionale è terminare l’occupazione Israeliana della nostra patria. Quando le nostre genti saranno libere sulla loro terra e godranno del diritto di auto determinazione, loro e solo loro avranno la parola finale sul sistema di governo sotto il quale vorranno vivere. E’ nostra ferma convizione che l’Islam non possa essere imposto alla gente. Potremmo, in un processo assolutamente democratico, fare campagna a favore di una agenda Islamica. Se questo sarà quello per cui opterà la gente, allora quella sarà la scelta. Noi pensiamo che l’Islam sia la miglior fonte di guida e la migliore garanzia per i diritti sia dei Musulmani che dei non Musulmani.
Hamas impone l’abbigliamento Islamico in Gaza? Per esempio, è obbligatorio per una ragazza di Gaza indossare l’hijab, il niqab o il burqa?
No. Intellettualmente, Hamas deriva la sua visione dalla cultura e religione popolare. L’Islam è la nostra religione ed è la base della nostra cultura. Noi non neghiamo il diritto degli altri Palestinesi di avere differenti visioni. Non imponiamo alla gente nessuna condotta sociale o religiosa. Le dimostrazioni religiose nella società di Gaza sono genuine e spontanee; non sono state imposte da nessun’altra autorità che non sia la fede e la convinzione degli osservanti.
E’ stato suggerito che la divisione del popolo Palestinese tra West Bank e Gaza e tra Fatah e Hamas, che ovviamente indebolisce la loro posizione, venga dal fatto che Hamas ha conquistato il potere con la forza in Gaza. E’ vero e come spiega questa divisione?
Indubbiamente, le divisioni indeboliscono i Palestinesi e fanno male alla causa. Comunque, la divisione non è causata da Hamas, ma dall’insistenza di certi soggetti regionali e internazionali per rovesciare l’esito della democrazia Palestinese. Li sgomenta che Hamas sia stato eletto dal popolo Palestinese.
La divisione è aggravata dall’esistenza di una fazione Palestinese che cerca l’autorizzazione da quelle stesse forze regionali e internazionali, inclusi USA e Israele, che vorrebbero vedere Hamas fuori dai giochi. Subito dopo la vittoria delle elezioni di Gennaio 2006, ogni sforzo è stato fatto per minare l’abilità di Hamas a governare.
Quando questi sforzi fallirono, il Generale Keith Dayton, dell’esercito degli Stati Uniti, che oggi lavora come coordinatore USA per la sicurezza di Israele e autorità Palestinese, venne mandato a Gaza per cospirare contro il governo di unità nazionale guidato da Hamas che scaturì dagli accordi della Mecca del 2007. Il complotto incitò Hamas ad agire in autodifesa negli eventi di Giugno 2007. La pretesa che Hamas compì un colpo di stato è priva di basi perché Hamas stava guidando il governo democraticamente eletto. Tutto quello che fece fu agire contro quelli che stavano tramando contro, sotto la guida e il comando del Generale Dayton.
Quelli che hanno altre visioni, religiose o politiche, come Fatah, sono d’accordo sulle libertà democratiche in Gaza? Qual è la situazione dei membri di Hamas nei territori della West Bank controllati da Fatah?
Alcune fazioni Palestinesi sono state ispirate dal nazionalismo Arabo, altre dal Marxismo o dal Leninismo, e altre dal liberalismo. Mentre crediamo fermamente che tutte queste idee sono estranee al nostro popolo e hanno fallito nell’incontrare le loro aspirazioni, insistiamo sul fatto che il popolo è l’arbitro finale sul sistema di governo e sul modo in cui essere governati. Perciò, la democrazia è la nostra miglior opzione per organizzare le diversità Palestinesi. Qualsiasi cosa sceglie il popolo, deve essere rispettata.
Noi ci sforziamo al meglio per proteggere i diritti umani e le libertà civili dei seguaci di Fatah e di tutte le altre fazioni nella striscia di Gaza. In contrasto, ai Palestinesi nella West Bank occupata da Israele e in Ramallah con la Palestinian Autority continuano a venire negati i diritti elementari. Il Generale Dayton nella West Bank ha diretto il severo e brutale attacco ad Hamas e agli altri gruppi Palestinesi. Più di 1.000 prigionieri politici, incluso studenti, professori universitari e professionisti in ogni campo sono stati cacciati, detenuti e torturati, alcune volte fino alla morte, dalle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese finanziate ed addestrate da USA, Gran Bretagna e Unione Europea.
Pensa che sia possible riunire il popolo Palestinese? Se sì, come pensa si possa fare e con che tempi?
E’ possibile riunire i Palestinesi. Perché questo accada devono succedere due cose. Primo, interventi stranieri e richieste devono finire. Il popolo Palestinese deve essere lasciato a trattare con le sue differenze interne senza pressioni esterne. Secondo, tutti i partiti Palestinesi devono rispettare le regole del gioco democratico e devono sottostare ai risultati di questo processo.
Il rifiuto di Hamas di riconoscere Israele è citato frequentemente come un ostacolo insuperabile alla negoziazione e ad un accordo di pace.
Questa questione è usata solo come pretesto. Israele non riconosce i diritti del popolo Palestinese e questo non è un ostacolo al riconoscimento internazionale di Israele né un ostacolo nel consentire a Israele di prendere parte alle trattative. La realtà è che Israele è quello che occupa la terra e ha una potenza superiore. Invece di chiedere ai Palestinesi, che sono le vittime, è Israele, che è l’oppressore, a cui si dovrebbe chiedere di riconoscere i diritti dei Palestinesi.
In passato, Yasser Arafat ha riconosciuto Israele ma non ha ottenuto granchè. Oggi, Mahmoud Abbas riconosce Israele, ma dobbiamo ancora vedere i dividendi promessi dal processo di pace.
Israele concede solo sotto pressione. In assenza di nessuna pressione tangibile su Israele da parte degli Arabi o della Comunità Internazionale, nessuna trattativa avrà successo.
Avete una “road map” di questioni che possano realisticamente portare ad una conclusione pacifica del conflitto? Crede che Ebrei, Musulmani e Cristiani possano un giorno vivere insieme in pace nella Terra Santa?
Noi di Hamas crediamo fermamente che una conclusione pacifica del conflitto dovrà iniziare con un accordo di cessate il fuoco tra le due parti basato su un pieno ritiro di Israele dai territori occupati nel 1967. Ad impedire l’accordo sono l’intransigenza Israeliana e la mancanza di volontà della comunità internazionale nel fare pressioni. Noi crediamo che solo quando il nostro popolo potrà tornare nella sua terra sarà in grado di determinare il futuro del conflitto.
Vorrei ripetere che noi non combattiamo gli Israeliani perché sono ebrei. Come questione di principio, non abbiamo problemi con Ebrei o Cristiani, abbiamo problemi con quelli che ci attaccano e ci opprimono. Per molti secoli, Cristiani, Ebrei e Musulmani hanno convissuto pacificamente in questa parte del mondo. La nostra società non ha mai vissuto quel tipo di razzismo e genocidio che l’Europa vede anche ultimamente verso “gli altri”. Questa questione parte dall’Europa. Il colonialismo è stato imposto a questa regione dall’Europa, e Israele è un prodotto dell’oppressione degli Ebrei in Europa e niente del genere è mai esistito in terra Musulmana.
Che ruolo pensa abbiano gli altri paesi e organizzazioni, in particolare USA, GB e Unione Europea, nel conflitto Israelo/Palestinese e nelle divisioni tra i Palestinesi?
Il ruolo giocato da tutti loro è negativo. L’atteggiamento verso i crimini Israeliani contro il nostro popolo è il silenzio o la collusione. Le politiche e le posizioni adottate da queste parti hanno contribuito alla divisione Palestinese o l’hanno aumentata. Da un lato, le condizioni sono messe in modo da dare un contributo ai dialoghi unitari e agli sforzi di riconciliazione. Dall’altro, alcuni di questi soggetti internazionali sono direttamente implicati nel sopprimere la nostra gente nella West Bank. USA e Unione Europea provvedono fondi, addestramento e indicazioni per costruire un apparato di sicurezza Palestinese specializzato nella persecuzione di chi è critico verso l’Autorità Palestinese in Ramallah.
Siamo stati particolarmente preoccupati circa rapporti che dicono che il governo Britannico, direttamente come indirettamente tramite aziende private di sicurezza e servizi di ex militari, ex polizioti e ex ufficiali dell’intelligence, è pienamente coinvolto nel programma guidato dal Generale Dayton contro Hamas nella West Bank.
Cosa dovrebbero fare paesi come USA e GB per assistere un accordo di pace?
Dovrebbero semplicemente sostenere le leggi internazionali – l’occupazione è illegale, l’annessione di Gerusalemme Est è illegale, gli insediamenti sono illegali, il muro dell’apartheid è illegale, e l’assedio di Gaza è illegale. Ancora niente è stato fatto.
Che relazioni vorrebbe avere Hamas con il resto del mondo, e, per esempio, con la Gran Bretagna?
Hamas difende una giusta causa. Per questo, desidera aprirsi al mondo. Il movimento cerca di stabilire buone relazioni e condurre dialoghi costruttivi con tutti quelli coinvolti nella questione Palestinese.

L’ambasciatore di Teheran presso l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ha detto che l’Iran è pronto a stanziare dei fondi per un’indagine sull’industria nucleare Israeliana, in gran parte clandestina.
Ali Asghar Soltaniyeh ha fatto l’annuncio durante una dichiarazione destinata al 53° Congresso Generale dell’AIEA di venerdì.
“Nel caso l’AIEA abbia limitate risorse finanziarie per l’ispezione [degli impianti nucleari Israeliani].. il governo Iraniano è pronto a destinare una cifra, a beneficio della pace e del benessere mondiale.
Chiamando il potenziale atomico Israeliano una “potenziale minaccia” alla sicurezza globale, Soltaniyeh ha anche espresso “grave preoccupazione” circa il rifiuto di Tel Aviv di aderire al Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) e quindi rifiutando l’accesso alle installazioni atomiche agli ispettori AIEA.
Israele, il sesto più grande possessore di armi nucleari al mondo, non ha badato agli appelli internazionali che gli chiedono di aderire al TNP.
Soltaniyeh rimarca la cosa lo stesso giorno in cui l’AIEA approva una risoluzione non vincolante che esorta Israele ad aprire i suoi siti nucleari alle ispezioni dell’ONU e ad aderire al TNP.
La risoluzione esprime preoccupazione circa il potenziale nucleare Israeliano e fa appello a Tel Aviv affinchè rinunci alle armi atomiche.
Nella risposta, Israele “deplora” la risoluzione, dicendo che ha lo scopo di “rinforzare le ostilità politiche e le divisioni della regione medio orientale”
In una votazione del 17 Settembre, l’AIEA, strumento di controllo nucleare dell’ONU, ha adottato una risoluzione che esorta tutte le nazioni medio orientali a rinunciare alle bombe atomiche.
La risoluzione non vincolante ha ricevuto il voto positivo da quasi tutti i paesi Asiatici, Latino Americani, Africani e Islamici mentre Israele è stato l’unico paese a votare no.
Stati Uniti, Canada, Georgia e India si sono astenuti.
copyright of Khalil Bendib – www.bendib.com
Questo è un mio vecchio post su Iran, Israele e TNP
Mazzetta sullo stesso argomento
Perchè non a Israele e agli USA le sanzioni severe?
By Paul Craig Roberts - August 31, 2009
In Israele, un paese rubato ai Palestinesi, I fanatici controllano il governo. Uno dei fanatici è il primo ministro, Benjamin Netanyahu. La settimana scorsa Netanyahu ha invocato “sanzioni severe” contro l’Iran.
Il tipo di blocco che Netanyahu vuole si configura come un atto di guerra. Israele ha a lungo minacciato di attaccare l’Iran ma preferisce tirar dentro gli USA e la NATO.
Perché Israele vuole iniziare una guerra tra gli Stati Uniti e l’Iran?
L’Iran sta attaccando altri paesi, bombardando civili e distruggendo infrastrutture civili?
No. Questi sono crimini commessi da Israele e dagli USA.
L’Iran sta spossessando popoli della terra che occupavano da secoli ammassandoli in ghetti?
No, questo è quello che Israele sta facendo ai Palestinesi da 60 anni.
Cosa sta facendo l’Iran?
L’Iran sta sviluppando energia nucleare, cosa di cui ha diritto in quanto firmatario del Trattato di Non Proliferazione (Nucleare) TNP.
Il programma per l’energia nucleare Iraniano è soggetto alle ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), che regolarmente riporta che le sue ispezioni non rilevano distrazioni di uranio arricchito per programmi di armamenti.
La posizione presa da Israele, e dai suoi burattini a Washington, è che l’Iran non deve essere autorizzato ad avere i diritti riservati ai firmatari del Trattato di Non Proliferazione che tutti i firmatari hanno, perché l’Iran potrebbe distrarre uranio arricchito per programmi di armamenti.
In altre parole, Israele e gli USA rivendicano il diritto di abrogare i diritti dell’Iran di sviluppare energia nucleare.
La posizione di Israele e degli USA non ha fondamento nelle leggi internazionali e in nient’altro che l’arroganza di Israele e degli USA.
L’ipocrisia è estrema. Israele non è un firmatario del Trattato di Non Proliferazione e ha sviluppato illegalmente le sue armi nucleari in sordina, con, come ben sappiamo, l’aiuto degli USA (n.d.Talib: ohhh se lo sappiamo: questo è un articolo del Bulletin of the Atomic Scientists che avevo iniziato a tradurre. Prima era sul sito del Bulletin ad accesso libero, ora è in vendita. Israele - cronologia della corsa al nucleare)
In qualità di possessore illegale di armi nucleari e avendo un governo fanatico capace di usarle, le sanzioni severe dovrebbero essere applicate a Israele per costringerlo a disarmare.
Israele è qualificata per sanzioni severe per un altro motivo. E’ uno stato di apartheid, come l’ex presidente Jimmy Carter ha dimostrato nel suo libro, Palestine: Peace Not Apartheid.
Gli USA erano in prima fila nell'imporre sanzioni contro il Sud Africa a causa della pratica Sud Africana dell'apartheid. Le sanzioni forzarono il governo bianco a passare il potere politico alla popolazione nera. Israele pratica una forma di apartheid peggiore di quella del governo Sud Africano. Ancora, Israele sostiene che criticare Israele per una pratica che tutto il mondo considera ripugnante sia da “antisemita”.
Quello che resta della West Bank Palestinese che non è stata rubata da Israele consiste in ghetti isolati. I Palestinesi sono tagliati fuori dagli ospedali, dalle scuole, dalle loro fattorie, e l'uno dall'altro. Essi non possono spostarsi da un ghetto ad un altro senza il permesso Israeliano imposto ai checkpoint.
Le spiegazioni del governo Israeliano riguardo a questa evidente violazione dei diritti umani sono la più grande collezione di bugie della storia mondiale. Nessuno, ad eccezione dei “cristiani sionisti” Americani, crede ad una parola.
Anche gli Stati Uniti sono idonei per subire sanzioni severe. Anzi, gli USA sono più che idonei. Sulla base di bugie e ingannando intenzionalmente il Congresso USA, l'opinione pubblica USA, le Nazioni Unite e la NATO, il Governo Americano ha invaso l'Afghanistan e l'Iraq e ha usato la “guerra al terrore” per smantellare i diritti civili USA scritti nella Costituzione degli Stati Uniti. Un milione di Iraqeni ha pagato con la vita per i crimini Americani e 4 milioni sono profughi. L'Iraq e le sue infrastrutture sono in rovina, e le elite professionali Iraqene, necessarie per una moderna società organizzata, sono morte o disperse. Il governo USA ha commesso un crimine di guerra su larga scala. Se l'Iran è meritevole di sanzioni, gli USA le meritano mille volte di più.
Nessuno sa quante donne, bambini e vecchi sono stati uccisi dagli USA in Afghanistan.
Comunque, la guerra di aggressione Americana contro il popolo Afghano è arrivata al suo nono anno. Secondo l'esercito USA, una vittoria Americana è ancora molto lontana. L'ammiraglio Michael Mullen, Capo degli Stati Maggiori Riuniti ha dichiarato in Agosto che la situazione militare in Afghanistan è “seria e in peggioramento”.
Gli Americani più avanti negli anni potranno guardare con impazienza questa guerra continuare per il resto della loro vita, mentre la loro sicurezza sociale e i loro diritti di assistenza medica si ridurranno, per liberare fondi per l'industria degli armamenti.
Bush/Cheney e Obama/Biden hanno reso le munizioni l'unico investimento sicuro negli Stati Uniti.
Qual'è lo scopo della guerra di aggressione contro l'Afghanistan? Subito dopo la sua nomina, il Presidente Obama promise di dare una risposta ma non lo ha fatto. Invece, Obama ha presto alzato il livello nella guerra in Afghanistan e ne ha lanciato una nuova in Pakistan che ha già creato 2 milioni di sfollati. Obama ha mandato 21.000 nuovi uomini in Afghanistan e già il comandante in capo in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, ne ha chiesto altri 20.000.
Obama ha intensificato la guerra di aggressione Americana contro il popolo Afghano a dispetto di 3 sondaggi di opinione di alto profilo che mostrano che l'opinione pubblica Americana si oppone fermamente alla continuazione della guerra contro l'Afghanistan.
Purtroppo, l'accordo di ferro tra Israele e Washington per fare guerra ai Musulmani è molto più forte del collegamento tra popolo Americano e governo Americano. Giovedì scorso, alla cena d'addio dell'attaché militare Israeliano a Washington, che sta tornando in Israele per diventare vice capo di gabinetto dell'esercito Israeliano, erano presenti per porgere i loro ossequi l'Ammiraglio Mike Mullen, Capo degli Stati Maggiori Riuniti, il sottosegretario alla difesa Michele Flournoy, e Dan Shapiro, che si occupa di questioni medio orientali nel Consiglio di Sicurezza Nazionale.
L'Ammiraglio Mullen ha dichiarato che gli USA saranno sempre al fianco di Israele. Non importa quanti crimini di guerra Israele commetta. Non importa quante donne e bambini Israele uccida. Non importa quanti Palestinesi vengano portati via dalle loro case, villaggi e terre. Se la verità può essere detta, il vero asse del male è quello tra Stati Uniti e Israele.
Milioni di Americani sono senza casa a causa dei pignoramenti. Altri milioni hanno perso il loro lavoro, e ancora altri milioni non hanno accesso alle cure mediche. Eppure, il governo USA continua a sperperare centinaia di bilioni di dollari in guerre che non giovano agli interessi USA. Il Presidente Obama e il Generale McChrystal hanno assunto la posizione che conoscono meglio, al diavolo l’opinione pubblica Americana.
Non potrebbe essere più evidente che al Presidente degli Stati Uniti e all’esercito USA non interessa assolutamente della democrazia, dei diritti umani e delle leggi internazionali. Questa è un’altra ragione per applicare severe sanzioni contro Washington, un governo che sotto le presidenze Bush/Obama si è dimostrato uno stato nazista, che ha a che fare con bugie, torture, omicidi, crimini di guerra e mistificazioni.
Molti governi sono complici dei crimini di guerra Americani. Con i conti di Obama in profondo rosso, le guerre di pura aggressione di Washington dipendono dai finanziamenti dei Cinesi, Giapponesi, Russi, Sauditi, Sud Koreani, Indiani, Canadesi ed Europei. Nel momento in cui finiranno i finanziamenti stranieri ai crimini di guerra Americani, finiranno le guerre di aggressione contro i Musulmani.
Gli USA non saranno una “superpotenza” per sempre, da poter ignorare all'infinito le sue stesse leggi e le leggi internazionali. Gli USA alla fine crolleranno sotto la loro stessa insolenza, arroganza e imperialismo selvaggio. Quando l'Impero Americano collasserà, anche quelli che lo hanno sostenuto saranno considerati responsabili dal tribunale per i crimini di guerra?
Moazzam Begg: The Best of Times
Prima ho letto il classico di Dickens, Bleak House, in confino solitario, a Camp Echo. La parte concentrica di questa storia è basata sull’immaginario – comunque esattamente rappresentato – e senza fine caso di Jarndyce vs Jarndyce che infine consuma e distrugge le vite dei personaggi principali, come le decisioni della Corte Suprema relative ai detenuti di Guantanamo. Ma è stata la prima frase di un altro classico di Dickens, A Tale of Two Cities, che dice “sono stati i tempi migliori, sono stati i tempi peggiori”, che mi ha riportato indietro. Perché è precisamente come io avrei descritto i nobili mesi di Ramadhan passati sotto la custodia USA.
E’ stato la notte prima di Eid ul-Adha (festa del sacrificio) quando sono passato dalla custodia Pakistana alla custodia USA in Kandahar. Dopo la brutale iniziazione dell’essere trattato come un animale e chiuso in una gabbia di filo spinato, non potevo credere alle mie orecchie quando un visitatore della Croce Rossa vagando tra le celle, con una scorta armata, distribuendo ai detenuti piccoli pezzi di carne e pane freddo, pronunciò le parole “Eid Mubarak”.
Questo è stato il primo Eid che la mia famiglia ha passato senza di me. Altri 5 (entrambi gli Eid, di al-Adha e di al-Fitr) dovevano passare prima di rivederli di nuovo. Per molta gente in Guantanamo, si stanno avvicinando 16 di queste giorni benedetti su un periodo di 8 anni, passati in prigione. E ancora, essi pregano per la liberazione.
Comunque, il peggior Ramadhan che ho mai passato nella mia vita non è stato in Guantanamo, è stato in Bagram – l’unità di detenzione USA in Afghanistan. Questo è stato un posto dove tortura, umiliazione e degradazione dei detenuti erano la regola. Non eravamo autorizzati a parlare, non eravamo autorizzati a camminare o fare esercizio senza permesso. Non avevamo accesso alla luce naturale – o al buio. Dovevamo indovinare gli orari della preghiera e non eravamo autorizzati a pregare in jama’ah (in compagnia), chiamare l’athaan o recitare il Quran a voce alta. Ho dovuto fare tayyamum (abluzioni asciutte) per un anno e ho dimenticato come fare wudhu (le abluzioni) correttamente al tempo in cui sono arrivato a Guantanamo, perchè l'acqua poteva essere usata solo per bere e non per le abluzioni. Chiunque avesse infranto queste regole veniva trascinato davanti alla sua cella senza troppe cerimonie, i suoi polsi ammanettati al soffitto della gabbia e un cappuccio nero piazzatto sulla testa. E’ successo a tutti noi, qualche volta per ore, e anche giorni, senza fine.
Quando è arrivato il Ramadhan ne avevo già paura. Penso tutti ne avevamo paura. Non c’erano cibi caldi o bevande per noi in Bagram. Le verdure fresche erano un lusso che non ci potevamo permettere. La frutta fresca era una rarità. Non c’era nessuno di quei cibi che tutti prepariamo con amore e consumiano con dolcezza in questo mese di astensione nelle nostre case. Non c’erano spuntini tra i pasti o tenere da parte cibo per consumarlo in seguito: tutto doveva essere rimandato indietro entro 15 minuti – mangiato o no. I pasti erano piccoli sacchetti preconfezionati, del tipo usato per i camper, e, qualche volta, un pezzo di pane afghano ammuffito, buttato dentro per buon peso.
Non c’erano preghiere di Taraweeh e di Eid. Infatti, la Jumu’ah (preghiera di gruppo del venerdì) non è stata praticata da nessuno dei prigionieri di Guantanamo per buona parte di un decennio. I detenuti di Bagram e Guantanamo accorciarono la preghiera non solo come misericordia di Allah, ma come un rifiuto di accettare qualsiasi permanenza di incarcerazione, anche se era – e continua ad essere – una minacciosa realtà in un modo o in un altro. E’ stato un ardito rifiuto dell’imprigionamento senza accuse o processo – un fatto trascurabile e del tutto irrilevante per i nostri carcerieri.
Come per punirci per l’arrivo del Ramadhan ci venivano serviti solo due pasti: il suhoor (prima dell’alba) e iftaar (al tramonto), l’ultimo ci veniva dato spesso parecchie ore dopo il tramonto. Nel giorno di Eid ul-Fitr non abbiamo festeggiato e non ci siamo scambiati auguri come la maggior parte del mondo musulmano. Invece ci tennero a digiuno dall’alba a circa mezzanotte quando finalmente ci dettero un sacchetto di cibo. Una delle guardie, una giovane donna con cui ero solito conversare di islam, di storia e di letteratura, era raccapricciata da questo e mi diede parte del suo stesso cibo, correndo rischi in prima persona. E’ stato un gesto che non dimenticherò mai, ma lei era una rarità.
Quello è stato il peggiore dei tempi. Ma non era finita. Ho passato il Ramadhan seguente da solo, in confino solitario. In realtà, temevo l’arrivo del Ramadhan di nuovo. Sapevo che la prospettiva era lugubre. Dovevo immaginare come la mia famiglia stava passando questo mese e la festa che ne sarebbe seguita. E’ un mese di benedizione, di preghiere aggiuntive, di condivisione, di invitare altri al desco; un mese di festa con la famiglia e gli amici che, per me e molti altri, erano entrambi solo una memoria distante. Ho pensato a tutte le regole Islamiche circa il digiuno e come tutto sembrasse irreale in quel posto. Infatti avrei potuto non digiunare, perché avevo accorciato la mia preghiera – per il mio status di viaggiatore, sebbene obbligato. Ma penso che il digiuno fu una profonda differenza tra noi e loro, e anche un atto di sfida. Dopo tutto, Ramadhan è il mese del Quran e il mese di Badr – la più decisiva battaglia nella storia dell’Islam.
L’idea di astenersi completamente dal cibo così come dal bere dall’alba al crepuscolo era così aliena per la maggior parte dei mangiatori di burger, masticatori di patatine e bevitori di birra Yankies come la giustizia Americana era aliena per noi. Anche i soldati Cristiani praticanti, che spesso leggevano la Bibbia di fronte a me, non potevano comprendere che il digiuno dei Musulmani era come il digiuno dei Profeti, non come il digiuno di Quaresima durante il quale alcuni devoti scelgono di astenersi dall’avere i funghi sulla loro pizza come personale sacrificio per il Misericordioso. Ricordo che una guardia diceva di digiunare ogni giorno, solo i suoi orari erano diversi: rompeva il digiuno con la colazione ogni mattino.
Dopo aver passato questo Ramadhan in isolamento, senza contatti con altri musulmani per quasi 2 anni, bramavo e pregavo e mi dibattevo perché il successivo potesse passare in compagnia di Musulmani, anche solo uno. La mia preghiera è stata infine esaudita. Quindi, il mio ultimo Ramadhan e Eid li ho passati in compagnia del terrorista più pericoloso del mondo (secondo Bush) e il miglior esempio al mondo di pazienza e forza d’animo (secondo me).
Alcune guardie ridicolizzavano l’athaan quando la voce del muezzin echeggiava su Guantanamo – in particolare al tramonto, quando si scontrava con le trasmissioni delle antenne USA.
Quello che segue fu un promemoria quotidiano sulle nostre (soldati e prigionieri) ragioni di vita: quelli di un gruppo – quelli vestiti in khaki – fermi sui propri passi, rivolti in direzione della loro bandiera, la mano destra alzata a salutare l’oggetto della loro devozione: la bandiera Americana. Quelli dell'altro gruppo – quelli vestiti in arancio – anch’essi fermi sui propri passi, rivolti ad est con entrambe le mani alzate per salutare l’oggetto della loro devozione: il Dio signore dei mondi.
Durante il giorno, nonostante l’intenso caldo tropicale dei Caraibi, recitavamo e memorizzavamo il Quran, discutevamo su ogni soggetto dall’arte medievale Africana alla teoria dell’espansione dell’universo di Hubble; dalle leggi islamiche sui prigionieri agli ultimi metodi occidentali per catturarli. Facevamo esercizio con vigore, molti di noi superando le capacità fisiche dei soldati che ci facevano la guardia. Alcuni di noi controllavano la nostra collera e la nostra antipatia nei confronti delle guardie durante questo mese e offrivano sorrisi e parole gentili, mentre ci si sarebbe aspettato l’opposto. Anche questo è stato un atto di sfida.
La più grande sfida è stata augurarsi l’un l’altro “hanee-an mare-an” (buon appetito) a iftaar. E l’alzarsi spontaneo dell’anasheed (canzoni islamiche) in Arabo, Urdu, Pashto, Farsi, Uighur, Turco e sì, anche in Inglese; e la recitazione di poesie e prose in versi che non avrebbero potuto essere composte da nessuna parte sulla terra se non a Guantanamo – la prigione dei nemici dove i prigionieri Musulmani hanno fatto la chiamata alla preghiera per la prima volta; era la frase as-salaamu ‘alaikum wa rahmat Ullahi wa barakaatuh ya Abdallah (possa la pace, la misericordia e la benedizione di dio essere tra voi, servi di dio) che emanava dai blocchi di celle da volti invisibili – volti che ci inondavano di sollecitudine, speranza e amore, anche se non li potevamo vedere.
Ma c’è stato un atto di sfida ancora più potente. Più potente che rovesciare liquidi sui soldati, più forte che inveire contro di loro con le mani in catene o chiamarli himaar (asini) o khanzeer (maiali); più forte dello sciopero della fame che reclamò la vita di molti uomini coraggiosi. E’ stata la preghiera e la du’aa (supplica) ad Allah da parte dell’Imam che risuonava, sola, tra il filo spinato, sospinta da una dolce brezza Caraibica. E’ stato dire “Amen” all’unisono a preghiere che tutti volevamo avessero risposta. Sono state le lacrime che tutti versavamo sapendo che ognuno di noi aveva una ragione per versarle. E’ stata la tristezza che era anche dolce. E’ stato il nostro estremo simbolo di sfida. E’ stato il migliore dei tempi.

By Hugh Gusterson - 5 August 2009 – Bulletin of the Atomic Scientists
Questa settimana di 64 anni fa, le città Giapponesi di Hiroshima e Nagasaki sono state distrutte dalle bombe atomiche. Sia che si accetti o si condanni il bombardamento, come ci facciamo un'idea dell'enormità della distruzione che è toccata alle due sfortunate città Giapponesi? Gil ultimi sopravvissuti alle bombe stanno passando alla storia, portando con loro il potere della testimonianza vivente. Ma per me, la vera forza del bombardamento è sempre venuta dalle foto più che dalle parole.
Ci sono, naturalmente, l'immagine icona del fungo atomico che sale da Hiroshima e la famosa foto aerea di una città quasi completamente distrutta. Ma entrambe le foto hanno una qualità astratta e distante, prive come sono di persone. Come gli attacchi aerei, anche le foto incarnano il punto di vista di chi ha sganciato le bombe più di quello di chi ha vissuto in prima persona il suo potere distruttivo.
Per aggrapparsi all'esperienza delle vittime, bisogna muoversi sul terreno ed osservare. Immagini come questo ritratto incongruamente formale di madre e figlio usano la distruzione urbana come uno sfondo per evocare l'isolamento esistenziale dei sopravvissuti abbandonati in un mondo di rovine. Questa immagine ci ricorda anche che, mentre quasi tutti gli uomini adulti erano al fronte, la maggioranza delle vittime di Hiroshima e Nagasaki erano donne e bambini.
Più difficili da guardare, foto come queste mostrano cosa ha fatto la bomba ai corpi umani.
Nel suo libro “Davanti al dolore degli altri”, Susan Sontag descrive le migliori foto di guerra come “l'equivalente visivo dei suono di un morso.” per la loro abilità di condensare temi complessi con grande forza di persuasione. La Sontag puntualizza che le foto delle vittime non evocano sempre simpatia. I bianchi del Sud all'inizio, per esempio, spesso reagivano alle foto di vittime di linciaggio nere con allegria, considerandoli trofei visivi. Ma le foto delle vittime di guerra, in special modo se si tratta di non combattenti, o morti in maniere che violano le regole della guerra, hanno anche un tremendo potere di incitare la vergogna, il disgusto, la collera e il disorientamento che le sole parole non hanno. Sontag indica l'importanza di due famose foto del Vietnam nel condensare la disillusione Americana per quella guerra: una è la foto di Huynh Cong della ragazza vietnamita nuda che corre, dopo un attacco al napalm. L'altra è la foto di Eddie Adams, di un sospetto Vietcong ammanettato e giustiziato sulla strada dalla polizia sud vietnamita.
E' la qualità potenzialmente incendiaria delle foto di guerra che ha fatto sì che le autorità occupanti U.S.A. censurassero le foto di Hiroshima e Nagasaki dopo la guerra. Il giornalista Australiano Wilfred Burchett si è visto confiscare le foto di Hiroshima e quindi espellere dal Giappone. Il fotoreporter Giapponese Yoshito Matsushige è sopravvissuto alla bomba atomica e fu l'unico sopravvissuto a fotografare Hiroshima quel giorno, le sue foto sono state confiscate fino al 1952. Akira Iwasaki ha filmato le conseguenze dei bombardamenti, ma le sue pellicole furono sequestrate e portate negli Stati Uniti, non sono tornate in Giappone fino al 1968. Per molti anni le sole immagini dei bombardamenti atomici sul Giappone sono stati gli acquarelli dei sopravvissuti. Anche questi possono avere grande potere, come dimostra una lezione su quei quadri di John Dower, storico del Giappone, in una classe, quando insegnavo al MIT, ha causato lo svenimento di uno studente. (Per saperne di più sulla censura delle foto sugli effetti dei bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki, vedere "Hiroshima: The Lost Photographs.")
Cinquant'anni dopo i fatti, divenne evidente che le foto originali di Hiroshima avevano ancora la loro potenza incendiaria. Anche dopo essere riusciti a castrare la maggior parte delle didascalie di storici professionisti per lo Smithsonian Museum che pianificò una mostra su Hiroshima e Nagasaki, i gruppi di veterani e gli opinionisti di destra andarono su tutte le furie perchè il museo stava ancora pensando di esporre le foto di Hiroshima. Lungi dal consentirlo, insistettero perchè l'esposizione fosse ridotta a questo: l'Enola Gay, l'aereo che ha sganciato la prima bomba, e una mesta targa circa quello che è stato.
Il sessantaquattresimo anniversario di Hiroshima e Nagasaki è un buon momento per riflettere su questi temi dato che è questo l'anno in cui il Presidente Barack Obama, sulle orme del Generale Douglas MacArthur, ha deciso che non c'era motivo perchè fossero rese pubbliche altre foto di soldati U.S.A. mentre esercitano abusi sui detenuti in Iraq. Pare che alcune foto mostrino stupri di prigionieri, abusi sessuali su minori, e la pura violenza fisica con cui alcuni detenuti vengono trattati.
Il Presidente Obama è senza dubbio nel giusto pensando che la circolazione di queste foto possa incitare una nuova ondata di rivolta contro gli occupanti U.S.A. dell'Iraq, forse mettendo a rischio delle vite Americane, come era nel giusto il Generale MacArthur che pensava che la pubblicazione delle foto di Hiroshima avrebbe incitato la critica agli Stati Uniti e alle armi nucleari. Ma gli storici hanno tenuto memoria dei costi della censura di regime di MacArthur: il manto di silenzio sulla bomba che solo dopo decenni è stato stracciato dai Giapponesi; l'impossibilità per i sopravvissuti di ricevere informazioni mediche sulla loro condizione, data la censura degli articoli medici su Hiroshima e Nagasaki; e l'ignoranza della popolazione U.S.A. circa quello che era stato fatto a loro nome in Giappone, nell'Agosto del 1945. La conseguente ingenuità circa gli effetti fisici delle armi nucleari falsò il dibattito pubblico sulla regolamentazione delle armi nucleari negli anni dopo la II Guerra Mondiale proprio come l'ignoranza odierna circa l'ampio ventaglio di abusi ai detenuti in Iraq sta inibendo un pieno, sincero e informato dibattito su quella guerra.
Se il passato è un prologo, un giorno vedremo le foto che Obama ci ha tenute nascoste, proprio come siamo arrivati a vedere le immagini in bianco e nero del dolore inenarrabile di Hiroshima e Nagasaki. Può ritardare – ma non sventare – la materializzazione di questa verità visiva. Può darsi che in quel mucchio nascosto ci sia una foto che non abbiamo ancora visto che diverrà un'icona come la ragazza napalmizzata in Vietnam, che diventerà il rumore visivo del morso che rappresenta l'occupazione U.S.A. dell'Iraq.
Molti anni fa stavo parlando con un ingegnere di armi nucleari in pensione nel suo salotto quando andò nello studio a prendere questa foto di una sopravvissuta di Hiroshima per mostramela. Quando l'ho vista ho avuto un sobbalzo, pensando al dolore di quelle bruciature e dell'infinito numero di persone con bruciature come quelle se le armi nucleari fossero usate ancora. Ma lui vedeva qualcosa di diverso nella foto. Parlò con calma del disegno della bruciatura. La donna indossava una blusa bianca e nera e non subì bruciature dove il bianco della blusa ha riflesso il calore. La foto per lui era la prova che con semplici precauzioni si poteva proteggere la popolazione se le armi nucleari fossero state usate di nuovo.
Guardavamo la stessa foto e vedevamo due cose differenti, ma la foto ci dava una base su cui discutere. E' questo che fanno le foto. Esse evocano emozioni, convogliano informazioni. Provocano diversi sentimenti. Incitano alla discussione. E ci fanno sentire come se fossimo lì. E' questo il motivo per cui i Musei e i libri di storia hanno bisogno di mostrare le foto di quello che è stato fatto in nostro nome a Hiroshima. Ed è lo stesso motivo per cui presto vedremo altre foto di quello che è stato fatto in nostro nome in Iraq.
Non ho la minima capacità di astrazione matematica e zero preparazione scientifica, non vado oltre le 4 operazioni e già con le divisioni ho qualche problema... i libri di divulgazione scientifica però me li sciurbo tutti, do giù alle pagine di formuloni come fossero le canzoni elfiche nel signore degli anelli, stesso grado di comprensione. Ma mi piace, oh come mi piace. I primi 3 minuti dopo il bigbang, l'inconcepibile principio di indeterminazione, il muro di Plank, l'inflazione, lo spazio tempo, i buchi neri, l'universo a bolle, con le stringhe o senza stringhe, con 4 o 21 dimensioni, il modello standard,
la supersimmetria e tre quark per Muster Mark, e i quark hanno da essere tre, e uno dei motivi per cui tre devono essere è che se fossero stati 4, ci sarebbe una diversa percentuale di elio nell'universo (!!), e via così, come leggessi di Zaphood Beeblebrox e del Cuore d'Oro. I gluoni e i bosoni che non hanno massa ma ci sono, la materia oscura che non si sa cos'è ma si sa esattamente quanta ce n'è, tutto questo è la strada che porta alla realtà, o anche da qualche altra parte.

Nel 1964, partendo da basi puramente matematiche, il fisico scozzese Peter Higgs postulò insieme ad altri l'esistenza di un campo che pervadesse tutto, in seguito chiamato campo di Higgs. Tutte le particelle che interagiscono con un simile campo acquisterebbero una massa proprio a causa di tale interazione. In altre parole, tutta la massa deriverebbe da questa interazione.
Questo meccanismo capace di conferire una massa è stato paragonato a quanto potrebbe succedere a un gruppo di soldati costretti a marciare nella melassa. Essi diventano sempre più pesanti perchè la melassa si attacca loro mentre camminano. Un'altra analogia si riferisce a un cocktail party dove gli ospiti sono uniformemente distribuiti in una stanza. L'arrivo improvviso di un personaggio famoso determina uno spostamento degli invitati che si affollano intorno aumentando la sua massa effettiva. Più importante è il personaggio, più persone lo circondano, accrescendone la massa.
Secondo quanto sostiene la teoria, particelle differenti hanno differenti accoppiamenti con il campo di Higgs, concedendo masse cospique ai bosoni W e Z e massa zero a fotoni e gluone.
Se il meccanismo degli Higgs conferisce veramente la massa alle particelle fondamentali, ciò fornisce almeno una risposta parziale al problema ancora insoluto che riguarda la provenienza della massa.
Ma come possiamo stabilire se il campo di Higgs sia reale o se sia solo un comodo artificio matematico? ecco il modo: una perturbazione sufficientemente grande, come una collisione di particelle a elevata energia, all'interno della melassa cosmica conosciuta come campo di Higgs può mettere in vibrazione tale melassa. Questa vibrazione del campo risulta individuabile. Dovrebbe quindi esistere una particella di Higgs che funga da vettore del campo, così come un fotone è vettore di un campo elettromagnetico.
La frontiera senza fine
Arthur W. Wiggins – Charles M. Wynn
L'Agenzia per la Sicurezza Nazionale
ti sta ancora ascoltando
Bush è andato, ma l’invadente spionaggio interno no.
Ora c’è la legge, e ACLU la sta contrastando
By James Bamford "Salon" via ICH
July 22, 2009 -- Ques'estate, in una remota striscia di deserto dello Utah centrale, l'Agenzia per la Sicurezza Nazionale (National Security Agency – NSA) inizierà a lavorare su un imponente archivio dati, grande più di
Il bisogno di un archivio di dati di questa grandezza deriva in parte dalla decisione dell'amministrazione Bush di aprire le cateratte della sorveglianza dell'NSA a seguito degli attacchi dell'11 Settembre. Secondo un recente rapporto degli Inspectors General alcune delle operazioni dell'NSA – come lo spionaggio senza autorizzazione di cittadini Americani – sono discutibili, se non illegali, tanto da essere la causa delle dimissioni dei più anziani ufficiali sia dell'FBI che del Dipartimento della Giustizia.
(NdTalib: gli Inspectors General hanno il compito di controllare l’operato delle agenzie governative, per assicurare che tutto si svolga nel rispetto della legge – questo rapporto di cui parla James Bamford è stato rilasciato da 5 Offices of Inspectors General: del Department of Defense, Department of Justice, della CIA, della National Security Agency e dell'Office of the Director of National Intelligence.)
Lo scorso Luglio, molte di queste tecniche di sorveglianza sono state codificate in legge, come parte del Foreign Intelligence Surveillance Amendments Act (FAA) (NdTalib: il FISA – Foreing Intelligence Surveillance Act è del 1978, la revisione – FAA è del Luglio 2008). Infatti, secondo il rapporto degli Inspectors General, “questa legislazione ha fornito al governo ancora maggior autorità nell'intercettare comunicazioni internazionali” rispetto alle precedenti operazioni di sorveglianza senza autorizzazione. Recentemente i comitati di controllo del Congresso hanno scoperto che, a dispetto dei poteri aumentati, l'agenzia sta raccogliendo molte altre informazioni dalle comunicazioni all'interno dei confini USA, quindi eccedendo il limite già eccessivo conferitole dalla FAA.
Io sono uno scrittore e giornalista specializzato in temi di sicurezza nazionale e terrorismo, e spesso per lavoro ho rapporti con persone medio-orientali. A causa della preoccupazione che le mie comunicazioni fossero monitorate, nei primi mesi del 2006, subito dopo che il New York Times ha rivelato il programma di sorveglianza senza autorizzazione dell'NSA (NdTalib: qui l’articolo del NYT di Dicembre 2005), mi sono costituito parte civile nella causa che la American Civil Liberties Union (ACLU) ha intentato contro l'NSA, argomentando che il programma era illegale e avrebbe dovuto essere chiuso. Abbiamo vinto nella Federal Ditrict Court, il Giudice Anna Diggs Taylor trovò che il Presidente Bush aveva violato sia la legge che la Costituzione, ma perdemmo in appello, quando la corte disse che nessuno dei costituiti parte civile poteva provare di essere stato personalmente vittima del programma di spionaggio segreto. Con una decisione degna di Lewis Carroll, la corte di appello deliberò sia che il Governo può rifiutarsi di confermare o negare che le comunicazioni degli intentanti causa sono state controllate e che gli intentanti causa non possono contestare la costituzionalità del programma se non possono dimostrare che le loro comunicazioni sono state controllate. Un giudice dissenziente ha puntualizzato che la decisione della corte è in contraddizione con i precedenti della Corte Suprema e potrebbe effettivamente mettere il programma al di sopra della legge.
Mercoledì ACLU apparirà di nuovo davanti alla corte federale, questa volta per un’altra denuncia che accusa la nuova legge FAA di incostituzionalità. ACLU ha ragione. Mentre il FAA proibisce all'agenzia di sorvegliare intenzionalmente persone negli USA, da mano libera nel tenere sotto tiro persone al di fuori degli USA, anche se queste persone stanno comunicando con cittadini e residenti USA. La legge essenzialmente permette all'agenzia accesso illimitato alle comunicazioni internazionali di Americani innocenti, in evidente violazione del quarto emendamento.
Seccante anche il fatto che FAA toglie poteri alla Foreign Intelligence Surveillance Court (FISA), il trait-d’union indipendente tra l'agenzia e il popolo Americano. Nata in origine come una risposta alla scoperta fatta dal Congresso a metà degli anni '70 che l'NSA effettuava intercettazioni illegali entro i confini USA da decenni, la FISA court chiese al governo di mostrare che c'erano buone ragioni per credere che i soggetti sorvegliati fossero agenti stranieri o gruppi terroristici, al fine di ricevere la necessaria autorizzazione. Ma la nuova legge supera queste premure, e ora l'NSA non ha per niente da identificare gli obiettivi delle sue sorveglianze se sono fuori dagli USA, lasciando l'agenzia libera, per esempio, di concentrarsi su attivisti dei diritti umani o organizzazioni dei media oltremare, anche se stanno comunicando con le loro famiglie o con i loro editori negli USA. Come mi disse l’ex intercettatrice Adrienne Kinne, dal mio libro “The Shadow Factory: The Ultra-Secret NSA From 9/11 to the Eavesdropping on America” l'agenzia metteva sotto osservazione entrambi i gruppi durante l'amministrazione Bush, incluso l'intercettazione di conversazioni intime in camera da letto.
Svuotando la FISA court di qualsiasi ruolo significativo, la nuova legge imbavaglia anche i giudici, proibendo loro di chiedere al governo chi, cosa, come e perchè di un particolare programma di sorveglianza.
Infine, FAA ha fallito nel mettere delle limitazioni all’archivio da parte dell'NSA delle telefonate, email e altre comunicazioni che trattiene – necessitando il colossale mausoleo in costruzione ora per immagazzinarle. E' sufficiente che l'agenzia mostri che ci siano procedure ben congegnate per minimizzare lo stoccaggio delle informazioni, questo da il la all'esigenza di NSA “di ottenere, produrre e distribuire informazioni di intelligence dall'estero.” E siccome “intelligence dall'estero” è una definizione molto ampia, questo permette all'NSA di tenere immensi cumuli di informazioni in quei centri.
Tra le più sbalorditive scoperte venute fuori dal Inspectors General report è che, a dispetto dell'enorme espansione delle capacità dell'NSA, incluso orientare le sue giganti orecchie all'interno, per la prima volta in 3 decenni, non c'è nemmeno un significativo successo nell'antiterrorismo. Invece, mentre l'agenzia ha poche difficoltà nel raccogliere vaste quantità di dati, il problema è analizzarli tutti. Un problema simile a quello de “La biblioteca di Babele” di Jorge Luis Borges, un posto dove la raccolta di informazioni è allo stesso tempo infinita e mostruosa, dove è immagazzinata l’intera conoscenza mondiale, ma non si capisce nemmeno una parola. In questo “labirinto di lettere”, scrive Borges, ci sono “leghe di insensate cacofonie, di farragini verbali e di incoerenze”. In aggiunta alle anomalie relative alle libertà civili e costituzionali della nuova legge di sorveglianza, un altro argomento convincente contro di lei è che aumenta il numero delle “insensate cacofonie” nella Biblioteca di Babele Americana.
Copyright J Bamford

GUERRA SENZA SCOPO
By Chris Hedges “Truthdig” – via ICH
July 20, 2009 -- Ad Al Qaida non potrebbe fregare di meno di quello che facciamo in Afghanistan. Possiamo bombardare villaggi Afghani, dare la caccia ai Taliban nella provincia di Helmand, tirare su un esercito Afghano forte di 100.000 unità, assistere passivamente mentre i signori della guerra Afghani giustiziano centinaia, forse migliaia, di prigionieri Taliban, costruire basi militari enormi ed articolate e spedire droni a sganciare bombe sul Pakistan. Non farà nessuna differenza.
La guerra non fermerà l’attacco dei fondamentalisti islamici. I terroristi e i gruppi di resistenti non sono forze convenzionali. Non agiscono secondo le regole del fare guerra che sono state inculcate ai nostri comandanti attraverso le accademie e le scuole militari. E questi gruppi nascosti sono versatili, mutano colore e forma mentre si spostano da uno stato fallito all’altro, pianificando un attacco terroristico per tornare subito nell’ombra. Stiamo combattendo con le armi sbagliate. Stiamo combattendo la gente sbagliata. Siamo dal lato sbagliato della storia. E saremo sconfitti in Afghanistan come lo saremo in Iraq.
Il costo della Guerra Afghana sta salendo. Decine di migliaia di civili Afghani sono stati uccisi o feriti. Luglio è stato il mese con il più alto numero di morti per i combattenti NATO, con almeno 50 soldati, tra cui 26 Americani, uccisi. Gli attacchi stradali con bombe contro le forze della coalizione fanno lievitare il numero dei feriti e degli uccisi.
In Giugno, il numero di incidenti relativi a bombe sulla strada, chiamate anche IEDs (improvised explosive devices) ha raggiunto quota 736, un record per il quarto mese di fila; il numero è cresciuto dai 361 di Marzo, ai 407 di Aprile ai 465 di Maggio. La decisione del Presidente Barack Obama di spedire ulteriori 21.000 soldati in Afghanistan ha portato la nostra presenza a 57.000 truppe Americane. Si pensa che il totale debba aumentare fino a 68.000 entro la fine del 2009. Questo significherà solo più morti, espandendo le zone di combattimento e l’inutilità.
Ci siamo impantanati in un confuso mix di gruppi armati che includono gang criminali, trafficanti di droga, milizie Pashtun e Tajike, bande di rapitori, squadre della morte e mercenari. Siamo coinvolti in una guerra civile.
I Pashtun, l’etnia predominante tra i Taliban e tradizionalmente l’etnia che guida l’Afghanistan, stanno battendosi con i Tajiki e gli Uzbeki (clik), che costituiscono la Northern Alliance, la quale, con l’aiuto dall’esterno, vinse la guerra civile nel 2001.
La vecchia Northern Alliance controlla ora l’incompetente e corrotto governo. E’ profondamente odiata. E cadrà insieme a noi.
Stiamo perdendo la guerra in Afghanistan. Quando invademmo il paese 8 anni fa i Taliban controllavano circa il 75% dell’Afghanistan. Ora sono tornati a controllare circa la metà del paese. I Taliban gestiscono il traffico della droga, che porta un introito annuale di circa 300 milioni di dollari. Conducono sfacciatamente attacchi in kabul, la capitale, e gli stranieri, per timore dei rapimenti, raramente camminano per le strade di molte città Afghane.
E’ pericoloso per la vita andare in campagna, dove vive l’80% degli Afghani, senza essere scortati da truppe NATO. E gli intrepidi reporter possono intervistare gli ufficiali Taliban nei bar del centro di Kabul.
Osama bin Laden, per il divertimento della maggior parte del mondo, è diventato il Where’s Waldo del medio oriente. Togli i proiettili e le bombe e rimane un’opera comica di Gilbert e Sullivan.
Nessuno sembra in grado di dire perchè siamo in Afghanistan. E’ per scovare bin Laden e Al Qaida? Per consolidare il progresso? Abbiamo dichiarato guerra ai Taliban? Stiamo costruendo la democrazia? Stiamo combattendo i terroristi per non doverli combattere qui? Stiamo “liberando” le donne Afghane? L’assurdità di queste domande, usate come clichè per non pensare, riflette l’assurdità della guerra. La confusione negli intenti rispecchia la confusione sul terreno. Non sappiamo cosa stiamo facendo.
Gen. Stanley McChrystal, nuovo comandante delle truppe congiunte U.S.A. e NATO in Afghanistan, ha annunciato recentemente che le forze della coalizione devono avviare un “cambiamento culturale” in Afghanistan. Ha detto che le truppe dovrebbero modificare la loro abitudine al combattimento e favorire la protezione dei civili. Il Generale ha capito che gli attacchi aerei, che hanno causato la morte di centinaia di civili, sono un potente mezzo di reclutamento per i Taliban. L’obiettivo è nobile ma la realtà della guerra mette a dura prova la sua implementazione. Le forze NATO possono sempre chiamare supporto aereo quando sono sotto attacco. Questo è quello che fanno le truppe sotto attacco. Non si prendono il lusso di fare un sondaggio tra la popolazione locale, prima. Le domande le fanno dopo. L'attacco aereo del 4 Maggio sulla provincia di Farah, che ha ucciso dozzine di civili, ha violato le regole. E così l'assalto aereo su Kandahar della settimana scorsa, che ha causato la morte di 4 civili e 13 feriti. L'attacco NATO ha colpito un villaggio nel distretto di Shawalikot. Gli abitanti feriti, dall’ospedale nel capoluogo di provincia, riferiscono che gli elicotteri da attacco hanno iniziato a bombardare le loro case intorno alle 10.30 di sera di mercoledì. Un uomo dice che suo nipote di 3 anni è stato ucciso. Il combattere ha le sue proprie regole, e i civili sono quasi sempre tra i perdenti.
L’offensiva delle forze NATO nella provincia di Helmand seguirà l’usuale scenario tracciato dai comandanti militari, che sanno molto circa le armi e le armate convenzionali e poco delle sfumature della guerra non convenzionale. I Taliban si ritireranno, probabilmente in aree sicure del Pakistan. Noi dichiareremo il successo dell’operazione. Le nostre forze in loco verranno ridotte. E i Taliban si insinueranno di nuovo nelle zone che noi abbiamo “pulito”. Le bombe su strada continueranno ad esigere il loro tributo di morte. Soldati e Marines, frustrati dal tentativo di battere un nemico elusivo e spesso invisibile, combatteranno con furia crescente i fantasmi e continuerà ad aumentare il numero di civili morti. E’ un gioco vecchio quanto la resistenza stessa, e tutt’ora, ogni generazione di combattenti pensa di aver finalmente trovato la chiave magica per la vittoria.
Abbiamo fatto in modo che Iraq e Afghanistan siano stati collassati (failed states). Il prossimo che apparirà sulla nostra lista è il Pakistan. Il Pakistan, come l’Iraq e l’Afghanistan, è una bizzarra creatura delle potenze occidentali che hanno tirato una linea di confine arbitraria e artificiale, dividendo così diversi clan di stessi gruppi etnici. Mentre il Pakistan è ingarbugliato, il suo esercito ha cercato la legittimazione dei militanti islamici. E’ stato l’esercito Pakistano a creare i Taliban. I Pakistani hanno deciso come distribuire i bilioni di dollari di aiuti alla resistenza durante la guerra contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. E quasi tutti sono andati alle ali più estremiste del movimento di resistenza Afghano. I Taliban, agli occhi dei Pakistani, non sono solo una arma reale per sconfiggere gli invasori stranieri, che siano Russi o Americani, ma anche un baluardo contro l’India. I musulmani radicali di Kabul non faranno mai un’alleanza con l’India contro il Pakistan. E’ l’India, non l’Afghanistan, il principale problema per il Pakistan. Il Pakistan, non importa quanti bilioni di dollari riceva, nutrirà e proteggerà sempre i Taliban, che erediteranno l’Afghanistan. E la ben pubblicizzata battaglia del Governo contro i Taliban nella Valle di Swat in Pakistan, piuttosto che un nuovo inizio, è parte di una farsa che non farà nulla per rompere la non santa alleanza.
L’unico modo per sconfiggere i gruppi terroristi è isolarli dalle loro stesse società. Questo richiede di allontanare la popolazione dal corteggiamento dei radicali. E’ una guerra politica, economica e culturale. La terribile algebra dell’occupazione e della violenza è sempre controproducente in questo tipo di battaglia. Crea sempre più ribelli di quanti ne uccida. Legittima sempre il terrorismo. E mentre noi sperperiamo risorse e vite umane, il vero nemico, al Qaida, si è spostato per costruire nuove reti in Indonesia, Pakistan, Somalia, Sudan e Marocco, indebolendo le comunità musulmane come quelle di Lyone in Francia e dell’area di Brixton a Londra. Non c’è scarsità di stagni e zone impervie della terra dove al Qaida può nascondersi ed operare. Non ha bisogno dell’Afghanistan, e nemmeno noi.
Più le cose cambiano...
di Tim Gatto via ICH – qui l'articolo originale
July 12, 2009 -- Ognuno di noi ha il suo modo di vedere quello che sta succedendo in questo bravo nuovo mondo. Io non sono diverso da tanti altri, anche io ho un'opinione su quello che succede. Quando scrivo un articolo solitamente non ho problemi a dare la mia opinione relativamente a quello che sta realmente succedendo. Questa volta però, proverò a non dare la mia opinione. Voglio solo presentare i fatti come io li ho capiti. La verità è molto più forte di tutte le opinioni che potrei dare, come diceva il Sgt Joe Friday nel vecchio TV police show Dragnet: “Solo i fatti Signora, solo i fatti”
Cominciamo dai due partiti politici che si suppone guidino questo paese. La verità è che non sono questi partiti politici a guidare questo paese, ma i soldi. Il nostro intero sistema politico è basato sulla ricchezza. Questo è stato vero in varia misura fin dai tempi in cui guadagnammo l'Indipendenza, ma non è mai stato così evidente come ora. I soldi guidano le campagne elettorali. Tutti i politici lo sanno e lo sa la maggior parte della gente. I Senatori Russ Feingold e John McCain provarono a riformare il modo in cui le campagne elettorali vengono finanziate, ma, al vaglio del Congresso, politici e lobbysti la svuotarono di ogni contenuto, facendo sì che la riforma fosse troppo debole e troppo tardiva.
Noi, il popolo, siamo presumibilmente uguali davanti alla legge, e lo siamo, ad eccezione di alcuni che sono più uguali degli altri, grazie al loro patrimonio e al modo in cui gestiscono i loro soldi. Durante le ultime elezioni presidenziali, i soldi arrivati dalla “gente normale” in una “ondata popolare di donazioni” portarono Barack Obama in alto e si suppone abbiano avuto parte nel costruire quel giorno.
Non è mai successo.
Quello che è successo davvero è che chi controlla il settore finanziario dell'economia ha visto avvicinarsi la crisi come un treno che ci deraglia addosso e aveva bisogno di qualcuno malleabile e ambizioso abbastanza da poterci lavorare insieme per ripulire il casino che sarebbe seguito. A quel tempo, un giovane Senatore dell'Illinois, ottimo eloquio, buona comprensione del do ut des, si trovò nel posto giusto al momento giusto. Il settore finanziario lo inondò di finanziamenti con l'obiettivo di limitare i danni della catastrofe che al di là di ogni dubbio era dietro l'angolo.
La verità è che tutti nel Governo e nel settore finanziario, sapevano che l'unica cosa da fare per prevenire il disastro finanziario, era che il Governo Federale tirasse fuori dai pasticci i banchieri, le borse valori, il mercato immobiliare e la gente dei fondi speculativi, i prestatori di ipoteca e l'industria di base (industria automobilistica e della difesa).
Date un'occhiata ai finanziamenti alla campagna elettorale. Obama ha raccolto 745 milioni di dollari, McCain 368 milioni di dollari.
i settori “Finanza, Assicurazioni e Immobiliare” hanno donato 130 milioni e 634.154 dollari totali. Ai Democratici 69 milioni e 987.307 dollari. Ai Repubblicani 60 milioni e 525.764 dollari.
Totale per tutti i candidati sempre dai settori “Finanza, Assicurazioni e Immobiliare”: 468 milioni 809.924 dollari.
Total for all candidates Finance, Insurance & Real Estate:
Total Individuals PAC’S To Democrats To Republicans
2008 $468,809,924 $396,331,007 $72,478,917 $238,597, 503 $229,267,201
NdTalib: sui numeri mi sono arresa subito, non ho capito come incastrarli, ma questo grafico delle Presidenziali del 2008 credo illustri il senso di quei numeri di Tim Gatto:
non so se agghiaccia solo me. Chi raccoglie più fondi vince le elezioni, e gli altri dietro in una serie rigorosamente proporzionale ai fondi raccolti.
Tutti questi numeri vengono da Opensecrets.org, il sito del Center for Responsive Politics, che da 26 anni mostra, minuziosamente fino all'ultimo cent, da dove arrivano i soldi per le campagne elettorali Americane.
Parlando di influenza, l'Americano medio ne ha davvero poca. E' divertente pensare a come i partiti politici confezionino i loro candidati. Usano i vecchi trucchi presi dal bignamino per vincere le elezioni. Dividi et impera, sinistra, destra, poveri, ricchi, bianchi, neri, legale, illegale, è tutta una finzione.
Le questioni “di grido” echeggiano; aborto, gay e lesbiche, cure mediche, educazione e tasse e sopra a tutto la “sicurezza nazionale”, come se il Venezuela stesse per invadere improvvisamente il Golfo del Messico con l’aiuto della Bolivia.
I nostri legislatori hanno spezzato le reni ai sindacati. Passano leggi sull'agricoltura che portano gli agricoltori indipendenti fuori dal mercato perchè i costi del fare business sono diventati astronomici. Di contro gli ideologi e venditori di odio come Rush Limbaugh reclamano che Obama stia mettendo in pratica una qualche nuova forma di “socialismo” che ha permesso alle corporation di ritornare all'era del monopolio. Standard Oil, AT&T e le grandi compagnie farmaceutiche incorporano i loro competitor e portano i commerci al dettaglio fuori dal mercato.
La nostra nazione è perennemente in guerra, la Guerra alla Droga, la Guerra al Crimine, la Guerra al Terrorismo e la Guerra ai Cambiamenti Climatici dirottano le nostre risorse sicchè ora combattiamo guerre per quelle risorse. Celebriamo la nostra libertà mentre i nostri telefoni sono sorvegliati, le nostre email lette e conservate, i tasti che pigiamo alla tastiera del PC registrati e si pianifica l'introduzione sulla National ID card di un chip di identificazione a radio frequenza. (clik - clik)
Questi non sono temi di destra o di sinistra, liberali o conservatori. Fino al 2008 i Repubblicani hanno speso soldi come un marinaio ubriaco in libera uscita, ora i Democratici si ritrovano a comprare industrie automobilistiche Americane e controllare gli interessi di compagnie bancarie e assicurative. Compriamo con gli interessi dollari Americani dai Rothschild, dai Mellon e dai Rockefeller, attraverso banchieri privati che hanno il coraggio di definirsi “The Federal Reserve”. Non possiamo stampare la nostra stessa moneta nazionale; Questa è una delle ragioni principali per cui combattemmo per liberarci dalla Gran Bretagna. I nostri soldi arrivano preconfezionati con tanto di debiti.
Il Congresso rinnega la legge per gli Americani, che così possono stare nelle loro case mentre viene autorizzato l’uso di 80 milioni in fondi aggiuntivi per poter continuare a mandare droni telecomandati in Pakistan a portare la morte dal cielo facendo saltare in aria presunte forze Talibane che poi risultano essere feste di nozze e pic nic.
La nostra “citta sulla collina” ha causato più di un milione di morti in Iraq e più di 4 milioni di rifugiati. Le nostre “luci” sono i proiettili all’uranio impoverito che emettono radiazioni alpha e portano la morte sotto forma di disgregazione e difetti genetici ai bambini Iraqeni, mentre il DNA dei nostri soldati si sfilaccia portando deformità ai bambini Americani. Le nostre “luci” sono sotto forma di fosforo bianco che quando brucia, non si spegne fin che non ha bruciato la carne e le ossa e giù a terra in un mucchietto di spazzatura.
Noi guardiamo come le truppe Americane e NATO prendono la provincia di Helmand nell’Afghanistan del sud che verrà usata per l’importantissimo oleodotto già pianificato dalla UNOCAL anni fa, quando il Presidente Karzai era un leader Afghano che lavorava per la compagnia petrolifera Americana. Ora abbiamo il permesso di sorvolare la Russia per rifornire l’Afghanistan di soldati e attrezzature da guerra mentre i Russi si sono ritirati e guardano il nostro popolo morire.
Il popolo Americano sta lentamente capendo di aver lasciato un fomentatore di guerre per prenderne un altro. Eravamo in Afghanistan per battere al Qaeda, ora stiamo cercando di uccidere i Taliban. In realtà uccidiamo chiunque si intrometta tra noi e la costruzione di quell’oleodotto.
Circa un decennio fa abbiamo visto un candidato vendere “conservatorismo compassionevole”. Niente di più lontano dalla verità. Ora abbiamo un Presidente che parla di “cambiamento”. L’unico cambiamento che vedo è un differente campo di battaglia su cui morire.
Tim Gatto - timgatto@hotmail.com
http://liberalpro.blogspot.com/
Le elezioni presidenziali in Iràn:
rassegna delle analisi critiche
Da Eurasia Rivista di Studi Geopolitici - clik per l'originale
di Daniele Scalea *
I fatti
Il 12 giugno 2009 si sono tenute le decime elezioni presidenziali della Repubblica Islamica dell'Iràn. Nel paese persiano il presidente ha funzioni esecutive, è controllato dal Parlamento e subordinato alla Guida Suprema; si tratta del funzionario di più alto grado eletto direttamente dal popolo. Principali candidati in lizza erano Mahmūd Ahmadinežād (o Ahmadinejad, secondo la traslitterazione più in voga), presidente uscente (dal 2005), ex sindaco di Tehrān (2003-2005), ingegnere e professore universitario; Mir Hossein Musavì, ultimo primo ministro prima dell'abolizione della carica (1981-1989), architetto; Mosen Rezai, economista ed ex militare; Mehdi Karrubi, chierico ed ex presidente del Parlamento (1989-1992, 2000-2004).
La campagna elettorale è stata molto accesa (tra l'altro, per la prima volta nella storia dell'Iràn si sono tenuti faccia a faccia televisivi tra i candidati, non solo i due principali come avviene solitamente nei paesi occidentali, ma coinvolgendo tutti e quattro in tre “duelli” a testa), i sondaggi pre-elettorali – poco affidabili in Iràn – hanno mostrato una grande varietà di previsione: alcuni davano Ahmadinejad riconfermato con oltre il 60% dei voti, altri Musavì vincitore con una percentuale simile, altri ancora distacchi inferiori a vantaggio dell'uno o dell'altro. I risultati ufficiali, con un'affluenza di circa l'85% degli aventi diritto (nelle precedenti elezioni presidenziali s'era aggirata intorno al 60%), sono stati i seguenti:
Mahmud Ahmadinejad 24.527.516 voti 62,63% delle preferenze
Mir-Hossein Musavì 13.216.411 voti 33,75% delle preferenze
Mohsen Rezai 678.240 voti 1,73% delle preferenze
Mehdi Karrubi 333.635 voti 0,85% delle preferenze
Mahmud Ahmadinejad è stato dunque riconfermato alla presidenza senza bisogno di ballottaggio. Rispetto al secondo turno delle elezioni precedenti, ha incrementato i propri voti di circa 7 milioni d'unità; Musavì ha raccolto oltre 3 milioni di voti in più di quelli ottenuti dal suo sostenitore Akbar Hashemi Rafsanjani nel 2005. Nel 2005, al primo turno, i candidati minori avevano ottenuto circa 17 milioni di voti, quest'anno poco più di un milione pur col netto aumento dell'affluenza: la polarizzazione politica in Iràn attorno ai due candidati principali è stata evidente.
Musavì (assieme agli altri due candidati sconfitti) ha immediatamente denunciato brogli elettorali, affermando che, malgrado il divario enorme, lui sarebbe stato il vero vincitore del voto. I suoi sostenitori sono scesi in strada a Tehrān per protestare, dapprima in maniera pacifica e poi con crescente violenza, scontrandosi anche con sostenitori di Ahmadinejad a loro volta mobilitatisi e con le autorità intervenute per riportare l'ordine. Nel corso degli scontri vi sono state vittime; le autorità hanno quantificato i danni materiali cagionati dai disordini in diversi milioni di euro. Il 19 giugno la guida suprema ayatollah Alì Khamenei ha riconosciuto la validità dei risultati elettorali, invitando i manifestanti alla calma ed accusando l'Inghilterra d'aver segretamente favorito i disordini degli ultimi giorni.
Le reazioni internazionali
Il mondo si è diviso di fronte alla contestata rielezione alla presidenza di Mahmud Ahmadinejad. Hanno espresso preoccupazione per le accuse di brogli elettorali e condannato l'eccessivo uso della forza da parte delle autorità l'Unione Europea, i paesi anglosassoni, il Giappone e Israele. Si sono invece congratulati con Ahmadinejad la Lega Araba (ma direttamente solo alcuni capi degli Stati membri), la Russia e numerosi Stati ex sovietici, e poi Cina, India, Pakistan, Afghanistan, Corea del Nord, Turchia, Brasile e Venezuela.
Alcune analisi critiche
Riassumiamo alcune delle analisi critiche pubblicate nei giorni scorsi. Abbiamo selezionato solo articoli comparsi in Italia o che hanno avuto particolare rilievo nei paesi occidentali, esprimendo un'opinione argomentata sulle elezioni iraniane e le loro conseguenze.
Alì Ansari, direttore del Institute of Iranian Studies dell'Università di St. Andrews ed associato alla londinese Chatham House, esaminando i dati delle elezioni 2009 e 2005 aderisce alla tesi dei brogli. In particolare, Ansari sottolinea che: in due province i voti sono stati superiori ai residenti aventi diritto (in Iràn molti cittadini hanno la facoltà di votare al di fuori della propria provincia, se ad esempio si trovano spesso in un'altra per ragioni di lavoro, ma Ansari ritiene che questa non sia una spiegazione valida perché le province iraniane sarebbero troppo ampie per un massiccio pendolarismo); non ha riscontrato una correlazione tra aumento dell'affluenza e voto favorevole a Ahmadinejad; in un terzo delle province Ahmadinejad avrebbe conquistato voti che quattro anni prima erano ricaduti in area “riformista”; le tre precedenti elezioni presidenziali non hanno mostrato la predilezione delle aree rurali per i candidati “conservatori”, mentre in queste ultime Ahmadinejad vi ha ottenuto numerosi consensi.
Le manifestazioni ed i disordini dei giorni seguenti alle elezioni, secondo Ansari, rappresentano l'esplodere dopo lunga gestazione d'una crisi maturata nel dibattito intellettuale sulla natura della Repubblica Islamica, il rapporto tra repubblicanesimo ed islamismo, la legittimità del nuovo regime. Durante la presidenza di Khatamì questo dibattito è divenuto di pubblico dominio, suscitando una reazione islamista e conservatrice al riformismo repubblicano. Con Ahmadinejad i conservatori oltranzisti sono andati al potere, ma la sua vittoria su Rafsanjani era stata di misura. Perciò nelle ultime elezioni hanno cercato una grande affermazione, con tutti i mezzi leciti ed illeciti. La sensazione d'essere stati ingannati, a giudizio di Ansari, avrebbe spinto un numero senza precedenti di persone a scendere in piazza.
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Robert Baer, ex funzionario decorato della CIA ed oggi editorialista di “Time.com”, nota che le immagini delle manifestazioni di protesta trasmesse dai media occidentali sono tutte ambientate nella parte settentrionale di Tehrān, dove si trovano i quartieri dell'alta borghesia in maggioranza favorevole a Musavì: mancano invece testimonianze dai quartieri popolari e dalla periferia. Da troppi anni gli occidentali guardano all'Iràn solo attraverso il prisma della locale classe media, liberale ed occidentalizzante, ma non rappresentativa dell'intera società iraniana. L'unico sondaggio condotto prima delle elezioni in Iràn da statunitensi tenendo conto d'un campione realmente rappresentativo, ha dato risultati in linea con quelli poi usciti dall'urna elettorale. La cosa peggiore sarebbe disconoscere ufficialmente i risultati delle elezioni iraniane, poiché ciò rafforzerebbe ulteriormente gli oltranzisti: è probabile che Ahmadinejad abbia realmente vinto le elezioni, e comunque Musavì non è un liberal-democratico come lo descrivono i media occidentali. In qualità di primo ministro negli anni '80, Musavì presiedette alla nascita di Hezbollah in Libano ed ai suoi attentati contro le forze statunitensi nel paese.
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Ken Ballen e Patrick Doherty, l'uno presidente di Terror Free Tomorrow: The Center for Public Opinion e l'altro ricercatore della New American Foundation, nelle settimane precedenti le elezioni hanno condotto in Iràn un sondaggio d'opinione seguendo le metodologie consuete in Occidente, di modo da creare un campione rappresentativo e fornire risultati con margine d'errore di poco superiore al 3%. Tale sondaggio mostrava Ahmadinejad con un consenso doppio rispetto a quello di Musavì, ossia un margine di vantaggio anche maggiore a quello rivelato poi dal voto. Esso prevedeva anche la vittoria di Ahmadinejad tra gli azeri, e smentiva la teoria secondo cui i giovani appoggerebbero Musavì: la fascia d'età tra i 18 ed i 24 anni è quella in cui più forte è il sostegno per il Presidente uscente rieletto. Le uniche classi in cui, nel sondaggio, Musavì risultava popolare quanto o più di Ahmadinejad erano gli studenti universitari, i laureati ed i cittadini ad alto reddito.
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Abbas Barzegar, corrispondente de “The Guardian”, non riscontra prove che suffraghino l'accusa di brogli diffusi: Ahmadinejad era già ampiamente favorito alla vigilia. I media occidentali hanno dato ampio spazio alle dimostrazioni pro-Musavì tenutesi nei quartieri-bene di Tehrān, che hanno radunato fino a 100.000 persone, ma passato sotto silenzio la manifestazione d'appoggio al Presidente rieletto cui hanno preso parte almeno 600.000 cittadini. Barzegar è stato testimone oculare di questi eventi. Gli esperti fin dal 1979 denunciano come imminente la caduta del regime islamico, ma costoro non comprendono la realtà iraniana. La vittoria elettorale di Khatamì su Nuri nel 1997 non rappresentò, come la si descrive solitamente, la mobilitazione dei giovani di sentimenti liberali contro la vecchia classe dirigente, ma il sostegno ad un candidato percepito come più religioso ed onesto del suo sfidante. Non a caso, molti degli allora elettori di Khatamì oggi hanno votato per Ahmadinejad, che si è fatto paladino della lotta anticorruzione e della devozione religiosa. Musavì era sconfitto in partenza, avendo puntato sull'alleanza tra alta borghesia liberale e mercanti dei bazar, e sui nuovi media – da Facebook a Twitter – che sono assolutamente ininfluenti nelle campagne e tra i lavoratori. In futuro, gli osservatori dovranno sforzarsi maggiormente di capire il vero spirito iraniano, quello che ieri ha portato un vecchio asceta esule a rovesciare lo Scià, ed oggi il figlio d'un maniscalco alla presidenza della Repubblica.
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Franco Cardini, storico italiano, ritiene troppo semplicistico e non rispondente alla realtà lo schema proposto dai media occidentali. L'Iràn non è una dittatura, ma una società complessa animata da una società civile fluida e variegata, con molti giovani istruiti, ed un “senato” religioso. Lo scontro in corso è tra il partito dei religiosi, incline ad una distensione con l'Occidente ed appoggiato dai ceti benestanti, ed un partito di radicali laici fautori d'una politica estera e sociale più decisa. L'obiettivo di quest'ultima fazione, che si riconosce nel presidente Ahmadinejad ed è appoggiata anche dalla guida suprema Khamenei, è di trasformare la Repubblica Islamica in un regime autocratico. Il punto debole degli avversari, capeggiati da Akbar Hashemi Rafsanjani, è la loro corruzione. Cardini ritiene possibili dei brogli, anche perché l'attivismo dei sostenitori di Musavì li fa sembrare più numerosi dei voti ottenuti, ma la crisi è interna al sistema, non è una crisi del sistema: tutte le parti in causa sono nazionaliste ed ostili agli USA. I media occidentali non sono stati impeccabili, schierandosi in maniera faziosa: sono state trasmesse le immagini e le interviste dei manifestanti d'una sola parte, ed è stata subito presa per buona la tesi dei brogli, per quanto non sia provata oltre ogni ragionevole dubbio. La repressione delle manifestazioni di protesta è stata dura, ma assomiglia più agli eventi del G8 di Genova nel 2001 che a piazza Tienanmen. Gli appelli ideologici e partigiani, come quello scritto da Bernard Henry Levy e rilanciato dal “Corriere della Sera”, sono controproducenti oltre che scorretti (dove denunciano un'improponibile minaccia nucleare di Ahmadinejad a Israele); le possibilità che il partito “moderato” prevalga a Tehrān dipendono dalle azioni dell'Occidente, in particolare del presidente statunitense Obama che dovrà tenere a bada le richieste estremiste d'Israele.
http://www.francocardini.net/
Juan Cole, storico statunitense, elenca gl'indizi che secondo lui avvalorano la tesi dei brogli: Musavì ha perduto a Tabriz, capitale della provincia di cui è originario; Ahmadinejad ha vinto a Tehrān pur essendo meno popolare nelle città; Karrubi ha visto i propri voti nettamente diminuiti rispetto al 2005, ed ha perso anche nel nativo Luristan; Rezai è andato sorprendentemente meglio di Karrubi; il sostegno a Ahmadinejad è troppo omogeneo tra le varie province; la Commissione Elettorale e Khamenei hanno annunciato con notevole anticipo i risultati finali. Secondo Cole, Musavì avrebbe vinto le elezioni; informatone, la Guida Suprema avrebbe dato mandato alla Commissione Elettorale di falsificare i dati.
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George Friedman, politologo statunitense d'origini ebraico-ungheresi con alle spalle vent'anni d'insegnamento nelle università ed oggi direttore della Strategic Forecasting Inc., ritiene che dal 1979 i paesi occidentali continuino a travisare la realtà iraniana. Alla base di questi errori d'interpretazione ci sarebbe la scarsa dimestichezza col farsi di molti studiosi, anche iranisti, che porterebbe a comunicare soprattutto se non esclusivamente con gl'iraniani che parlano inglese (o altre lingue occidentali), i quali però non rispecchiano la società persiana ma rappresentano in genere solo il ceto borghese e benestante. Friedman ritiene poco affidabili i sondaggi realizzati in un paese come l'Iràn, in cui la telefonia non è universalmente diffusa. Secondo Friedman, benché Musavì fosse il candidato prediletto dalla borghesia urbana benestante, più attenta alla liberalizzazione ed alle questioni economiche, Ahmadinejad gode di grande popolarità tra i ceti più bassi e nelle campagne. Tale popolarità deriva dai suoi tre cavalli di battaglia: la devozione religiosa, la lotta alla corruzione ed il nazionalismo. La religione è, per molti iraniani, più importante del miglioramento della condizione economica. La corruzione dilagante nel clero è un tema assai sentito tra la popolazione rurale. Infine, il conflitto con l'Iràq ha ingenerato in ampi strati della società la speranza che i sacrifici patiti possano un giorno essere ripagati dal rafforzamento internazionale del proprio paese.
Le rivoluzioni, per avere successo, necessitano che diversi segmenti della società s'uniscano a quello che avvia il processo rivoluzionario. Nel caso iraniano, i sostenitori di Musavì sono rimasti isolati: i manifestanti sono stati gli stessi fin dai primi giorni, e le proteste non si sono allargate ad altre città. I media occidentali che hanno creduto nella possibilità d'un successo della rivolta non hanno saputo analizzare correttamente la situazione e le fratture sociali in Iràn. Alcuni hanno negato la dicotomia città-campagna ritenendola superata ed appellandosi al dato delle Nazioni Unite, secondo cui il 68% della popolazione iraniana è urbanizzata. Friedman nota però che la maggior parte abita in piccoli centri, in cui la mentalità è molto distante da quella degli abitanti delle metropoli, esattamente come avviene nei paesi occidentali. Anche all'interno delle città, poi, non vanno trascurate le differenze tra i vari ceti sociali. Alcuni segnali suggeriscono la possibilità di brogli elettorali (la rapidità del conteggio, anche se pari all'incirca a quella del 2005, oppure gli eccezionali livelli d'affluenza in talune province), benché non tutti i sospetti sollevati in questi giorni sembrino fondati (ad esempio, nota Friedman, il fatto che Musavì non abbia vinto nelle regioni azere di cui è originario non è così sorprendente: anche Khamenei è azero, e Ahmadinejad parla la lingua locale; inoltre, anche negli USA è successo che candidati presidenziali non vincessero negli Stati d'origine). In ogni caso, essi sarebbero stati complessivamente ininfluenti sul risultato finale, che rispecchia quello di quattro anni fa, a seguito d'una campagna elettorale condotta, secondo gli osservatori, con maggiore incisività dal Presidente uscente. Ma la principale dimostrazione della genuinità di fondo della vittoria elettorale di Ahmadinejad è che, a dispetto d'ogni intimidazione, se Musavì avesse davvero goduto di milioni di sostenitori in più di quelli suggeriti dal voto, le proteste di piazza si sarebbero rapidamente allargate dopo i primi giorni. Durante i disordini, molti chierici capeggiati da Rafsanjani hanno fatto pressione su Khamenei perché favorisse il ribaltamento dei risultati elettorali: secondo Friedman la Guida Suprema avrebbe rifiutato per salvaguardare la stabilità della Repubblica Islamica, che in quel caso sarebbe stata minacciata dalla violenta reazione dei sostenitori di Ahmadinejad, sia civili sia militari. I media occidentali sbagliano a considerare i chierici e Ahmadinejad come un unico partito: in realtà, il Presidente gode di vasto sostegno popolare anche perché sfida l'élite dominante dei chierici. Il futuro prossimo probabilmente riserverà una resa dei conti tra le due frazioni della classe dirigente iraniana, ma ciò non si tradurrà in una liberalizzazione della Repubblica Islamica. I rapporti con gli USA non muteranno, perché nessuna delle due parti ha finora mostrato la disponibilità a scendere a patti, ma d'altro canto Washington non pare pronta a ricorrere all'opzione militare.
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Eva Golinger, avvocatessa e scrittrice statunitense d'origini venezuelane, inserisce la “rivoluzione verde” tentata da Musavì nel novero delle “rivoluzioni colorate” orchestrate in giro per il mondo dagli USA. Già nel 2003 Peter Ackerman (presidente di Freedom House, ex direttore dell'Istituto Albert Einstein e fondatore dell'ICNR), Jack DuVall (direttore dell'ICNR) e James Woolsey (ex direttore della CIA) scrissero Una guida non violenta per l'Iran, in cui preconizzavano manifestazioni a Tehrān guidate dagli studenti che, per mezzo di scioperi e boicottaggi, minassero dall'interno la solidità del regime. Da pochi mesi l'organizzazione CANVAS (ex Otpor serbo) ha cominciato a pubblicare i suoi materiali anche in farsi e arabo, spiegando come condurre azioni destabilizzanti dall'interno. Dopo le elezioni del
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Flynt e Hillary Mann Leverett, l'uno docente di Affari internazionali (Università della Pennsylvania) e l'altra direttrice di STRATEGA, ex funzionari del governo statunitense addetti alle questioni mediorientali, ritengono che la tesi dei brogli non sia sorretta da nessuna prova. Ahmadinejad ha ricevuto più o meno la stessa percentuale di preferenze del 2005: gli “esperti” hanno nuovamente sottovalutato la sua capacità d'attrarre voti, soprattutto dopo aver ben figurato nei duelli televisivi coi suoi avversari. I sondaggi in Iràn sono poco accurati, ma l'unico condotto con valida metodologia e da occidentali dava Ahmadinejad con 20 punti percentuali di vantaggio su Musavì, scarto che si sarà prevedibilmente allargato dopo il dibattito televisivo in cui il Presidente uscente ha rinfacciato al rivale l'appoggio di Rafsanjani e Khatamì, percepiti dalla popolazione l'uno come corrotto e l'altro come troppo cedevole nei confronti degli USA. Secondo gli “esperti”, Ahmadinejad avrebbe dovuto pagare la cattiva situazione economica, ma i dati ufficiali indicano un Iràn il cui prodotto interno lordo quest'anno cresce, mentre quello dei vicini cala, ed i ceti bassi hanno percepito la politica economica del Presidente come a loro favorevole. È vero che l'inflazione è percepita come un problema da molti iraniani, ma il medesimo sondaggio rivela che solo una minoranza la imputa a Ahmadinejad. Infine, l'assunto che l'alta affluenza avrebbe favorito Musavì non poggia su alcuna base concreta. Lo stesso si può dire dell'attesa che Musavì vincesse nelle province azere: Ahmadinejad vi ha servito per otto anni, parla un azero fluente e l'ha ampiamente utilizzato in campagna elettorale; è stato inoltre sostenuto dall'azero più illustre della Repubblica Islamica, ossia la guida suprema Khamenei. I difetti procedurali denunciati da Musavì (come la chiusura dei seggi giudicata troppo frettolosa, per quanto siano rimasti aperti tre ore oltre lo stabilito) non possono aver influito sensibilmente sui risultati, e comunque non si configurano come brogli. Gli “esperti”, scottati dal fallimento delle loro previsioni, hanno allora denunciato un “colpo di Stato conservatore” in Iràn: ma l'unico tentativo di colpo di Stato è semmai quello di Musavì. Obama deve resistere alla pressioni che vorrebbero indurlo ad abbandonare il tavolo delle trattative con l'Iràn; anzi deve liberarsi dell'illusione che il problema iraniano sia solo Ahmadinejad, in quanto nel paese è amplissimo il consenso sul programma nucleare ed altre questioni di politica estera. È interesse degli USA venire incontro alle legittime richieste dell'Iràn.
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Thierry Meyssan, giornalista e scrittore francese presidente di Réseau Voltaire, individua un ruolo della CIA dietro ai disordini di Tehrān. I servizi statunitensi, com'è stato ammesso anche da Madeleine Albright nel 2000, organizzarono il colpo di Stato che abbatté il primo ministro iraniano Mossadeq, avvalendosi anche di 8.000 comparse prezzolate per inscenare manifestazioni di piazza. Oggi, dopo aver rinunciato ad attaccare militarmente l'Iràn, gli USA hanno tentato di provocare un cambio di regime giocando sull'opposizione tra proletariato nazionalista e borghesia. Strumento privilegiato della CIA è oggi il controllo delle reti di telefonia mobile, più facilmente intercettabili rispetto a quelle fisse che richiedono cavi di derivazione. In Iràn migliaia di s.m.s. sono stati inviati automaticamente ai cittadini annunciando nella notte la vittoria elettorale di Musavì, poi smentita dalla proclamazione ufficiale del vincitore l'indomani. Inoltre, sono stati scelti alcuni blogger, cui sono state inviate periodiche false notizie di uccisioni di manifestanti perché le diffondessero nel paese. Militanti sono stati reclutati negli USA ed in Inghilterra tra le locali comunità iraniane ed istruiti all'utilizzo di Twitter per creare confusione nel paese persiano diffondendo false notizie da fonti solo apparentemente interne all'Iràn.
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Michelguglielmo Torri, professore di Storia moderna e contemporanea dell'Asia (Università di Torino), nota l'unanimità con cui in Occidente si considerano truccate le elezioni iraniane. Tale interpretazione non è solo egemone sui grandi media, ma è preponderante anche nella cosiddetta blogosfera, solo in minima parte contrastata dalla tesi opposta dell'artificiosità delle proteste pro-Musavì, che sarebbero manovrate dagli USA per destabilizzare l'Iràn. In effetti, le dimostrazioni dell'opposizione a Tehrān coinvolgono soprattutto i ceti benestanti e mirano ad una maggiore apertura dell'Iràn ai capitali esteri, alla privatizzazione dell'industria statale ed alla fine dei programmi sociali avviati da Ahmadinejad. La tesi dei brogli è nata dall'annuncio di Musavì della propria vittoria, fatta però ad urne ancora aperte: ciò ha spinto la Commissione Elettorale, poco dopo la chiusura delle urne ma appena avuti a disposizione dati sufficienti, a proclamare anzitempo vincitore Ahmadinejad. Ciò ha offerto il destro alla campagna d'accuse dei media internazionali. Essi dimenticano però che, negli oltre trenta sondaggi condotti in Iràn dal marzo 2009, Ahmadinejad risultava complessivamente in vantaggio, anche d'oltre 20 punti percentuali se si escludono i sondaggi palesemente filo-Musavì. Il sondaggio occidentale del CPO, commissionato da BBC e ABC, aveva previsto quasi esattamente sia l'affluenza sia i risultati finali. Nel 2007, “Telegraph” e “ABC News” avevano informato dell'avvio d'un nuovo programma della CIA volto a destabilizzare l'Iràn dall'interno; di tale programma ha parlato l'anno seguente anche il noto giornalista Seymour Hersh. La repressione delle autorità è stata senz'altro troppo brutale, ma i dimostranti probabilmente non rappresentano la maggioranza dei cittadini iraniani: in tal caso la loro insurrezione sarebbe illegittima e giustificato l'intervento delle autorità per ristabilire l'ordine.
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* Daniele Scalea, laureato in storia moderna-contemporanea, è redattore di "Eurasia"
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