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domenica, 28 giugno 2009

Le elezioni presidenziali in Iràn:

rassegna delle analisi critiche

Da Eurasia Rivista di Studi Geopolitici - clik per l'originale

di Daniele Scalea *

 

I fatti

Il 12 giugno 2009 si sono tenute le decime elezioni presidenziali della Repubblica Islamica dell'Iràn. Nel paese persiano il presidente ha funzioni esecutive, è controllato dal Parlamento e subordinato alla Guida Suprema; si tratta del funzionario di più alto grado eletto direttamente dal popolo. Principali candidati in lizza erano Mahmūd Ahmadinežād (o Ahmadinejad, secondo la traslitterazione più in voga), presidente uscente (dal 2005), ex sindaco di Tehrān (2003-2005), ingegnere e professore universitario; Mir Hossein Musavì, ultimo primo ministro prima dell'abolizione della carica (1981-1989), architetto; Mosen Rezai, economista ed ex militare; Mehdi Karrubi, chierico ed ex presidente del Parlamento (1989-1992, 2000-2004).
La campagna elettorale è stata molto accesa (tra l'altro, per la prima volta nella storia dell'Iràn si sono tenuti faccia a faccia televisivi tra i candidati, non solo i due principali come avviene solitamente nei paesi occidentali, ma coinvolgendo tutti e quattro in tre “duelli” a testa), i sondaggi pre-elettorali – poco affidabili in Iràn – hanno mostrato una grande varietà di previsione: alcuni davano Ahmadinejad riconfermato con oltre il 60% dei voti, altri Musavì vincitore con una percentuale simile, altri ancora distacchi inferiori a vantaggio dell'uno o dell'altro. I risultati ufficiali, con un'affluenza di circa l'85% degli aventi diritto (nelle precedenti elezioni presidenziali s'era aggirata intorno al 60%), sono stati i seguenti:


Mahmud Ahmadinejad 24.527.516 voti 62,63% delle preferenze

Mir-Hossein Musavì 13.216.411 voti 33,75% delle preferenze

Mohsen Rezai 678.240 voti 1,73% delle preferenze

Mehdi Karrubi 333.635 voti 0,85% delle preferenze


Mahmud Ahmadinejad è stato dunque riconfermato alla presidenza senza bisogno di ballottaggio. Rispetto al secondo turno delle elezioni precedenti, ha incrementato i propri voti di circa 7 milioni d'unità; Musavì ha raccolto oltre 3 milioni di voti in più di quelli ottenuti dal suo sostenitore Akbar Hashemi Rafsanjani nel 2005. Nel 2005, al primo turno, i candidati minori avevano ottenuto circa 17 milioni di voti, quest'anno poco più di un milione pur col netto aumento dell'affluenza: la polarizzazione politica in Iràn attorno ai due candidati principali è stata evidente.

Musavì (assieme agli altri due candidati sconfitti) ha immediatamente denunciato brogli elettorali, affermando che, malgrado il divario enorme, lui sarebbe stato il vero vincitore del voto. I suoi sostenitori sono scesi in strada a Tehrān per protestare, dapprima in maniera pacifica e poi con crescente violenza, scontrandosi anche con sostenitori di Ahmadinejad a loro volta mobilitatisi e con le autorità intervenute per riportare l'ordine. Nel corso degli scontri vi sono state vittime; le autorità hanno quantificato i danni materiali cagionati dai disordini in diversi milioni di euro. Il 19 giugno la guida suprema ayatollah Alì Khamenei ha riconosciuto la validità dei risultati elettorali, invitando i manifestanti alla calma ed accusando l'Inghilterra d'aver segretamente favorito i disordini degli ultimi giorni.

 

Le reazioni internazionali

Il mondo si è diviso di fronte alla contestata rielezione alla presidenza di Mahmud Ahmadinejad. Hanno espresso preoccupazione per le accuse di brogli elettorali e condannato l'eccessivo uso della forza da parte delle autorità l'Unione Europea, i paesi anglosassoni, il Giappone e Israele. Si sono invece congratulati con Ahmadinejad la Lega Araba (ma direttamente solo alcuni capi degli Stati membri), la Russia e numerosi Stati ex sovietici, e poi Cina, India, Pakistan, Afghanistan, Corea del Nord, Turchia, Brasile e Venezuela.


Alcune analisi critiche

Riassumiamo alcune delle analisi critiche pubblicate nei giorni scorsi. Abbiamo selezionato solo articoli comparsi in Italia o che hanno avuto particolare rilievo nei paesi occidentali, esprimendo un'opinione argomentata sulle elezioni iraniane e le loro conseguenze.


Alì Ansari, direttore del Institute of Iranian Studies
dell'Università di St. Andrews ed associato alla londinese Chatham House, esaminando i dati delle elezioni 2009 e 2005 aderisce alla tesi dei brogli. In particolare, Ansari sottolinea che: in due province i voti sono stati superiori ai residenti aventi diritto (in Iràn molti cittadini hanno la facoltà di votare al di fuori della propria provincia, se ad esempio si trovano spesso in un'altra per ragioni di lavoro, ma Ansari ritiene che questa non sia una spiegazione valida perché le province iraniane sarebbero troppo ampie per un massiccio pendolarismo); non ha riscontrato una correlazione tra aumento dell'affluenza e voto favorevole a Ahmadinejad; in un terzo delle province Ahmadinejad avrebbe conquistato voti che quattro anni prima erano ricaduti in area “riformista”; le tre precedenti elezioni presidenziali non hanno mostrato la predilezione delle aree rurali per i candidati “conservatori”, mentre in queste ultime Ahmadinejad vi ha ottenuto numerosi consensi.
Le manifestazioni ed i disordini dei giorni seguenti alle elezioni, secondo Ansari, rappresentano l'esplodere dopo lunga gestazione d'una crisi maturata nel dibattito intellettuale sulla natura della Repubblica Islamica, il rapporto tra repubblicanesimo ed islamismo, la legittimità del nuovo regime. Durante la presidenza di Khatamì questo dibattito è divenuto di pubblico dominio, suscitando una reazione islamista e conservatrice al riformismo repubblicano. Con Ahmadinejad i conservatori oltranzisti sono andati al potere, ma la sua vittoria su Rafsanjani era stata di misura. Perciò nelle ultime elezioni hanno cercato una grande affermazione, con tutti i mezzi leciti ed illeciti. La sensazione d'essere stati ingannati, a giudizio di Ansari, avrebbe spinto un numero senza precedenti di persone a scendere in piazza.

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Robert Baer, ex funzionario decorato della CIA ed oggi editorialista di “Time.com”, nota che le immagini delle manifestazioni di protesta trasmesse dai media occidentali sono tutte ambientate nella parte settentrionale di Tehrān, dove si trovano i quartieri dell'alta borghesia in maggioranza favorevole a Musavì: mancano invece testimonianze dai quartieri popolari e dalla periferia. Da troppi anni gli occidentali guardano all'Iràn solo attraverso il prisma della locale classe media, liberale ed occidentalizzante, ma non rappresentativa dell'intera società iraniana. L'unico sondaggio condotto prima delle elezioni in Iràn da statunitensi tenendo conto d'un campione realmente rappresentativo, ha dato risultati in linea con quelli poi usciti dall'urna elettorale. La cosa peggiore sarebbe disconoscere ufficialmente i risultati delle elezioni iraniane, poiché ciò rafforzerebbe ulteriormente gli oltranzisti: è probabile che Ahmadinejad abbia realmente vinto le elezioni, e comunque Musavì non è un liberal-democratico come lo descrivono i media occidentali. In qualità di primo ministro negli anni '80, Musavì presiedette alla nascita di Hezbollah in Libano ed ai suoi attentati contro le forze statunitensi nel paese.

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Ken Ballen e Patrick Doherty, l'uno presidente di Terror Free Tomorrow: The Center for Public Opinion e l'altro ricercatore della New American Foundation, nelle settimane precedenti le elezioni hanno condotto in Iràn un sondaggio d'opinione seguendo le metodologie consuete in Occidente, di modo da creare un campione rappresentativo e fornire risultati con margine d'errore di poco superiore al 3%. Tale sondaggio mostrava Ahmadinejad con un consenso doppio rispetto a quello di Musavì, ossia un margine di vantaggio anche maggiore a quello rivelato poi dal voto. Esso prevedeva anche la vittoria di Ahmadinejad tra gli azeri, e smentiva la teoria secondo cui i giovani appoggerebbero Musavì: la fascia d'età tra i 18 ed i 24 anni è quella in cui più forte è il sostegno per il Presidente uscente rieletto. Le uniche classi in cui, nel sondaggio, Musavì risultava popolare quanto o più di Ahmadinejad erano gli studenti universitari, i laureati ed i cittadini ad alto reddito.

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Abbas Barzegar, corrispondente de “The Guardian”, non riscontra prove che suffraghino l'accusa di brogli diffusi: Ahmadinejad era già ampiamente favorito alla vigilia. I media occidentali hanno dato ampio spazio alle dimostrazioni pro-Musavì tenutesi nei quartieri-bene di Tehrān, che hanno radunato fino a 100.000 persone, ma passato sotto silenzio la manifestazione d'appoggio al Presidente rieletto cui hanno preso parte almeno 600.000 cittadini. Barzegar è stato testimone oculare di questi eventi. Gli esperti fin dal 1979 denunciano come imminente la caduta del regime islamico, ma costoro non comprendono la realtà iraniana. La vittoria elettorale di Khatamì su Nuri nel 1997 non rappresentò, come la si descrive solitamente, la mobilitazione dei giovani di sentimenti liberali contro la vecchia classe dirigente, ma il sostegno ad un candidato percepito come più religioso ed onesto del suo sfidante. Non a caso, molti degli allora elettori di Khatamì oggi hanno votato per Ahmadinejad, che si è fatto paladino della lotta anticorruzione e della devozione religiosa. Musavì era sconfitto in partenza, avendo puntato sull'alleanza tra alta borghesia liberale e mercanti dei bazar, e sui nuovi media – da Facebook a Twitter – che sono assolutamente ininfluenti nelle campagne e tra i lavoratori. In futuro, gli osservatori dovranno sforzarsi maggiormente di capire il vero spirito iraniano, quello che ieri ha portato un vecchio asceta esule a rovesciare lo Scià, ed oggi il figlio d'un maniscalco alla presidenza della Repubblica.

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Franco Cardini, storico italiano, ritiene troppo semplicistico e non rispondente alla realtà lo schema proposto dai media occidentali. L'Iràn non è una dittatura, ma una società complessa animata da una società civile fluida e variegata, con molti giovani istruiti, ed un “senato” religioso. Lo scontro in corso è tra il partito dei religiosi, incline ad una distensione con l'Occidente ed appoggiato dai ceti benestanti, ed un partito di radicali laici fautori d'una politica estera e sociale più decisa. L'obiettivo di quest'ultima fazione, che si riconosce nel presidente Ahmadinejad ed è appoggiata anche dalla guida suprema Khamenei, è di trasformare la Repubblica Islamica in un regime autocratico. Il punto debole degli avversari, capeggiati da Akbar Hashemi Rafsanjani, è la loro corruzione. Cardini ritiene possibili dei brogli, anche perché l'attivismo dei sostenitori di Musavì li fa sembrare più numerosi dei voti ottenuti, ma la crisi è interna al sistema, non è una crisi del sistema: tutte le parti in causa sono nazionaliste ed ostili agli USA. I media occidentali non sono stati impeccabili, schierandosi in maniera faziosa: sono state trasmesse le immagini e le interviste dei manifestanti d'una sola parte, ed è stata subito presa per buona la tesi dei brogli, per quanto non sia provata oltre ogni ragionevole dubbio. La repressione delle manifestazioni di protesta è stata dura, ma assomiglia più agli eventi del G8 di Genova nel 2001 che a piazza Tienanmen. Gli appelli ideologici e partigiani, come quello scritto da Bernard Henry Levy e rilanciato dal “Corriere della Sera”, sono controproducenti oltre che scorretti (dove denunciano un'improponibile minaccia nucleare di Ahmadinejad a Israele); le possibilità che il partito “moderato” prevalga a Tehrān dipendono dalle azioni dell'Occidente, in particolare del presidente statunitense Obama che dovrà tenere a bada le richieste estremiste d'Israele.

http://www.francocardini.net/

Juan Cole, storico statunitense, elenca gl'indizi che secondo lui avvalorano la tesi dei brogli: Musavì ha perduto a Tabriz, capitale della provincia di cui è originario; Ahmadinejad ha vinto a Tehrān pur essendo meno popolare nelle città; Karrubi ha visto i propri voti nettamente diminuiti rispetto al 2005, ed ha perso anche nel nativo Luristan; Rezai è andato sorprendentemente meglio di Karrubi; il sostegno a Ahmadinejad è troppo omogeneo tra le varie province; la Commissione Elettorale e Khamenei hanno annunciato con notevole anticipo i risultati finali. Secondo Cole, Musavì avrebbe vinto le elezioni; informatone, la Guida Suprema avrebbe dato mandato alla Commissione Elettorale di falsificare i dati.

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George Friedman, politologo statunitense d'origini ebraico-ungheresi con alle spalle vent'anni d'insegnamento nelle università ed oggi direttore della Strategic Forecasting Inc., ritiene che dal 1979 i paesi occidentali continuino a travisare la realtà iraniana. Alla base di questi errori d'interpretazione ci sarebbe la scarsa dimestichezza col farsi di molti studiosi, anche iranisti, che porterebbe a comunicare soprattutto se non esclusivamente con gl'iraniani che parlano inglese (o altre lingue occidentali), i quali però non rispecchiano la società persiana ma rappresentano in genere solo il ceto borghese e benestante. Friedman ritiene poco affidabili i sondaggi realizzati in un paese come l'Iràn, in cui la telefonia non è universalmente diffusa. Secondo Friedman, benché Musavì fosse il candidato prediletto dalla borghesia urbana benestante, più attenta alla liberalizzazione ed alle questioni economiche, Ahmadinejad gode di grande popolarità tra i ceti più bassi e nelle campagne. Tale popolarità deriva dai suoi tre cavalli di battaglia: la devozione religiosa, la lotta alla corruzione ed il nazionalismo. La religione è, per molti iraniani, più importante del miglioramento della condizione economica. La corruzione dilagante nel clero è un tema assai sentito tra la popolazione rurale. Infine, il conflitto con l'Iràq ha ingenerato in ampi strati della società la speranza che i sacrifici patiti possano un giorno essere ripagati dal rafforzamento internazionale del proprio paese.

Le rivoluzioni, per avere successo, necessitano che diversi segmenti della società s'uniscano a quello che avvia il processo rivoluzionario. Nel caso iraniano, i sostenitori di Musavì sono rimasti isolati: i manifestanti sono stati gli stessi fin dai primi giorni, e le proteste non si sono allargate ad altre città. I media occidentali che hanno creduto nella possibilità d'un successo della rivolta non hanno saputo analizzare correttamente la situazione e le fratture sociali in Iràn. Alcuni hanno negato la dicotomia città-campagna ritenendola superata ed appellandosi al dato delle Nazioni Unite, secondo cui il 68% della popolazione iraniana è urbanizzata. Friedman nota però che la maggior parte abita in piccoli centri, in cui la mentalità è molto distante da quella degli abitanti delle metropoli, esattamente come avviene nei paesi occidentali. Anche all'interno delle città, poi, non vanno trascurate le differenze tra i vari ceti sociali. Alcuni segnali suggeriscono la possibilità di brogli elettorali (la rapidità del conteggio, anche se pari all'incirca a quella del 2005, oppure gli eccezionali livelli d'affluenza in talune province), benché non tutti i sospetti sollevati in questi giorni sembrino fondati (ad esempio, nota Friedman, il fatto che Musavì non abbia vinto nelle regioni azere di cui è originario non è così sorprendente: anche Khamenei è azero, e Ahmadinejad parla la lingua locale; inoltre, anche negli USA è successo che candidati presidenziali non vincessero negli Stati d'origine). In ogni caso, essi sarebbero stati complessivamente ininfluenti sul risultato finale, che rispecchia quello di quattro anni fa, a seguito d'una campagna elettorale condotta, secondo gli osservatori, con maggiore incisività dal Presidente uscente. Ma la principale dimostrazione della genuinità di fondo della vittoria elettorale di Ahmadinejad è che, a dispetto d'ogni intimidazione, se Musavì avesse davvero goduto di milioni di sostenitori in più di quelli suggeriti dal voto, le proteste di piazza si sarebbero rapidamente allargate dopo i primi giorni. Durante i disordini, molti chierici capeggiati da Rafsanjani hanno fatto pressione su Khamenei perché favorisse il ribaltamento dei risultati elettorali: secondo Friedman la Guida Suprema avrebbe rifiutato per salvaguardare la stabilità della Repubblica Islamica, che in quel caso sarebbe stata minacciata dalla violenta reazione dei sostenitori di Ahmadinejad, sia civili sia militari. I media occidentali sbagliano a considerare i chierici e Ahmadinejad come un unico partito: in realtà, il Presidente gode di vasto sostegno popolare anche perché sfida l'élite dominante dei chierici. Il futuro prossimo probabilmente riserverà una resa dei conti tra le due frazioni della classe dirigente iraniana, ma ciò non si tradurrà in una liberalizzazione della Repubblica Islamica. I rapporti con gli USA non muteranno, perché nessuna delle due parti ha finora mostrato la disponibilità a scendere a patti, ma d'altro canto Washington non pare pronta a ricorrere all'opzione militare.

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Eva Golinger, avvocatessa e scrittrice statunitense d'origini venezuelane, inserisce la “rivoluzione verde” tentata da Musavì nel novero delle “rivoluzioni colorate” orchestrate in giro per il mondo dagli USA. Già nel 2003 Peter Ackerman (presidente di Freedom House, ex direttore dell'Istituto Albert Einstein e fondatore dell'ICNR), Jack DuVall (direttore dell'ICNR) e James Woolsey (ex direttore della CIA) scrissero Una guida non violenta per l'Iran, in cui preconizzavano manifestazioni a Tehrān guidate dagli studenti che, per mezzo di scioperi e boicottaggi, minassero dall'interno la solidità del regime. Da pochi mesi l'organizzazione CANVAS (ex Otpor serbo) ha cominciato a pubblicare i suoi materiali anche in farsi e arabo, spiegando come condurre azioni destabilizzanti dall'interno. Dopo le elezioni del 2005, l'allora segretaria di Stato degli USA Condoleezza Rice creò un nuovo Ufficio per gli Affari Iraniani, con bilancio iniziale di 85 milioni di dollari finiti in gran parte a National Endowment for Democracy e Freedom House, che da parecchi anni finanziano ONG in Iràn.

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Flynt e Hillary Mann Leverett, l'uno docente di Affari internazionali (Università della Pennsylvania) e l'altra direttrice di STRATEGA, ex funzionari del governo statunitense addetti alle questioni mediorientali, ritengono che la tesi dei brogli non sia sorretta da nessuna prova. Ahmadinejad ha ricevuto più o meno la stessa percentuale di preferenze del 2005: gli “esperti” hanno nuovamente sottovalutato la sua capacità d'attrarre voti, soprattutto dopo aver ben figurato nei duelli televisivi coi suoi avversari. I sondaggi in Iràn sono poco accurati, ma l'unico condotto con valida metodologia e da occidentali dava Ahmadinejad con 20 punti percentuali di vantaggio su Musavì, scarto che si sarà prevedibilmente allargato dopo il dibattito televisivo in cui il Presidente uscente ha rinfacciato al rivale l'appoggio di Rafsanjani e Khatamì, percepiti dalla popolazione l'uno come corrotto e l'altro come troppo cedevole nei confronti degli USA. Secondo gli “esperti”, Ahmadinejad avrebbe dovuto pagare la cattiva situazione economica, ma i dati ufficiali indicano un Iràn il cui prodotto interno lordo quest'anno cresce, mentre quello dei vicini cala, ed i ceti bassi hanno percepito la politica economica del Presidente come a loro favorevole. È vero che l'inflazione è percepita come un problema da molti iraniani, ma il medesimo sondaggio rivela che solo una minoranza la imputa a Ahmadinejad. Infine, l'assunto che l'alta affluenza avrebbe favorito Musavì non poggia su alcuna base concreta. Lo stesso si può dire dell'attesa che Musavì vincesse nelle province azere: Ahmadinejad vi ha servito per otto anni, parla un azero fluente e l'ha ampiamente utilizzato in campagna elettorale; è stato inoltre sostenuto dall'azero più illustre della Repubblica Islamica, ossia la guida suprema Khamenei. I difetti procedurali denunciati da Musavì (come la chiusura dei seggi giudicata troppo frettolosa, per quanto siano rimasti aperti tre ore oltre lo stabilito) non possono aver influito sensibilmente sui risultati, e comunque non si configurano come brogli. Gli “esperti”, scottati dal fallimento delle loro previsioni, hanno allora denunciato un “colpo di Stato conservatore” in Iràn: ma l'unico tentativo di colpo di Stato è semmai quello di Musavì. Obama deve resistere alla pressioni che vorrebbero indurlo ad abbandonare il tavolo delle trattative con l'Iràn; anzi deve liberarsi dell'illusione che il problema iraniano sia solo Ahmadinejad, in quanto nel paese è amplissimo il consenso sul programma nucleare ed altre questioni di politica estera. È interesse degli USA venire incontro alle legittime richieste dell'Iràn.

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Thierry Meyssan, giornalista e scrittore francese presidente di Réseau Voltaire, individua un ruolo della CIA dietro ai disordini di Tehrān. I servizi statunitensi, com'è stato ammesso anche da Madeleine Albright nel 2000, organizzarono il colpo di Stato che abbatté il primo ministro iraniano Mossadeq, avvalendosi anche di 8.000 comparse prezzolate per inscenare manifestazioni di piazza. Oggi, dopo aver rinunciato ad attaccare militarmente l'Iràn, gli USA hanno tentato di provocare un cambio di regime giocando sull'opposizione tra proletariato nazionalista e borghesia. Strumento privilegiato della CIA è oggi il controllo delle reti di telefonia mobile, più facilmente intercettabili rispetto a quelle fisse che richiedono cavi di derivazione. In Iràn migliaia di s.m.s. sono stati inviati automaticamente ai cittadini annunciando nella notte la vittoria elettorale di Musavì, poi smentita dalla proclamazione ufficiale del vincitore l'indomani. Inoltre, sono stati scelti alcuni blogger, cui sono state inviate periodiche false notizie di uccisioni di manifestanti perché le diffondessero nel paese. Militanti sono stati reclutati negli USA ed in Inghilterra tra le locali comunità iraniane ed istruiti all'utilizzo di Twitter per creare confusione nel paese persiano diffondendo false notizie da fonti solo apparentemente interne all'Iràn.

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Michelguglielmo Torri, professore di Storia moderna e contemporanea dell'Asia (Università di Torino), nota l'unanimità con cui in Occidente si considerano truccate le elezioni iraniane. Tale interpretazione non è solo egemone sui grandi media, ma è preponderante anche nella cosiddetta blogosfera, solo in minima parte contrastata dalla tesi opposta dell'artificiosità delle proteste pro-Musavì, che sarebbero manovrate dagli USA per destabilizzare l'Iràn. In effetti, le dimostrazioni dell'opposizione a Tehrān coinvolgono soprattutto i ceti benestanti e mirano ad una maggiore apertura dell'Iràn ai capitali esteri, alla privatizzazione dell'industria statale ed alla fine dei programmi sociali avviati da Ahmadinejad. La tesi dei brogli è nata dall'annuncio di Musavì della propria vittoria, fatta però ad urne ancora aperte: ciò ha spinto la Commissione Elettorale, poco dopo la chiusura delle urne ma appena avuti a disposizione dati sufficienti, a proclamare anzitempo vincitore Ahmadinejad. Ciò ha offerto il destro alla campagna d'accuse dei media internazionali. Essi dimenticano però che, negli oltre trenta sondaggi condotti in Iràn dal marzo 2009, Ahmadinejad risultava complessivamente in vantaggio, anche d'oltre 20 punti percentuali se si escludono i sondaggi palesemente filo-Musavì. Il sondaggio occidentale del CPO, commissionato da BBC e ABC, aveva previsto quasi esattamente sia l'affluenza sia i risultati finali. Nel 2007, “Telegraph” e “ABC News” avevano informato dell'avvio d'un nuovo programma della CIA volto a destabilizzare l'Iràn dall'interno; di tale programma ha parlato l'anno seguente anche il noto giornalista Seymour Hersh. La repressione delle autorità è stata senz'altro troppo brutale, ma i dimostranti probabilmente non rappresentano la maggioranza dei cittadini iraniani: in tal caso la loro insurrezione sarebbe illegittima e giustificato l'intervento delle autorità per ristabilire l'ordine.

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* Daniele Scalea, laureato in storia moderna-contemporanea, è redattore di "Eurasia"

 

 

Questo lo ha scritto talib alle 18:59 | link | commenti
iran, eurasia, danielescalea

venerdì, 26 giugno 2009

Sottoscrivo questa lettera di Piotr,
da
Ripensare Marx 26 giugno 2009
(le foto le ho rubate a Trotzkij,
SitoAurora)

Sulla questione dell’Iran e la mia critica all’appoggio che la sinistra radicale sta dando ai manifestanti pro-Mousavi devo dare una breve risposta su questioni molto ampie.

1. Intanto vorrei moderare un po’ i toni. Con la “sinistra radicale”, come ho già detto spesso, mi arrabbio anche ferocemente ma, contrariamente alla metafora dell’amico GP, non vorrei metterla al muro (se non altro perché ci troverei troppi amici e anche molto cari). Non solo, anche nella mia critica più radicale un canale con chi manifesta un certo tipo di idealità lo voglio tenere aperto, perché esprime un lato del problema che è un duplice problema e bisogna vedere e tenere conto di tutti e due i lati (incidentalmente, il mio post era il risultato di un dialogo stretto - anche se a distanza - sulla questione con simpatizzanti di Rifondazione Comunista).
Cerco di spiegarmi.
Sono convinto che stiamo vivendo la crisi terminale del sistema egemonico statunitense. Questa crisi terminale è destinata ad approfondirsi e lo scontro in essa sarà innanzitutto tra stati-nazione (formazioni particolari, nel linguaggio di GLG). Ovvero tra dominanti.
Non è assolutamente chiaro che cosa uscirà da questo scontro. Di sicuro gli USA cercheranno in tutte le maniere di rilanciare il loro predominio.
L’epicentro di questo scontro sarà l’Asia, o meglio la parte centrale dell’Asia: Iran, Afghanistan, Pakistan e, per via di contiguità geografica e di risorse energetiche, in subordine il Medio Oriente.
Focolai di crisi si possono aprire anche altrove, ma credo che quello descritto sarà l’epicentro.

2. Tuttavia in una prospettiva anticapitalista, questo è il mio modo di vedere, le dimensioni dello scontro sono due: quella orizzontale tra dominanti, appena descritta, e quella verticale tra dominanti e dominati (o subordinati). La chiamo così perché è una dizione che racchiude anche lo scontro tra formazioni sociali (classi) ma senza cadere nella “lotta di classe” che è un concetto travisante tutto da rivedere.
Cosa sta succedendo in Iran? Io non sono così sicuro che ci sia uno scontro tra dominati e dominanti, cioè uno scontro verticale di ceti e formazioni sociali.
Non sto dicendo che c’è esclusivamente uno scontro di potere interno. Sto dicendo che probabilmente non c’è una rivolta popolare tale da prefigurare un “movimento rivoluzionario” in senso classico (diciamo, per approssimazione, “socialista”).
Molti giornalisti esperti e indipendenti hanno avvisato che la “rivolta” è confinata ai quartieri centrali della sola Teheran. Certo, anche in Francia la rivoluzione si è sempre giocata prevalentemente a Parigi. Ma all’epoca della rivolta contro lo Scià, la rivolta si estendeva dappertutto. In più, non credo che l’Iran del 2009 sia la Francia del Settecento o dell’Ottocento.
Secondo me in Iran c’è una classe media che non ne può più del nucleo dirigente oggi al potere, che è attratta dalla globalizzazione sia in termini economici (di questo aspetto del problema Mousavi e Rafsanjani sono rappresentativi), sia in termini culturali (qui lo sono di meno).

3. Se questa è la situazione, le incrostazioni di potere presenti in Iran, insieme alle indubbie incrostazioni e rigidità ideologiche e teocratiche, sono quanto di meno si possa desiderare per metabolizzare il cambiamento che per forza di cose prima o poi ci sarà.
Abbiamo quindi una spinta al cambiamento - a quel tipo di cambiamento il cui veicolo e la cui soggettività è appannaggio di una parte minoritaria, ma importante, della popolazione - che è diventata drammatica proprio per via di queste incrostazioni e di questi giochi torbidi e feroci di potere, anche molto personali e, infine, a causa delle interferenze esterne.
In ciò gli USA e i Paesi occidentali, in special modo gli UK ma anche la nostra cosiddetta Seconda Repubblica, hanno una pesante responsabilità. Per via dell’appoggio incondizionato a Israele che ha portato da una parte ad una politica di isolamento dell’Iran raddoppiata da una politica d’ingerenza.
Non c’era niente di meglio da fare se si volevano consolidare quelle incrostazioni.
Una piccola testimonianza. Ho lavorato a lungo a Istanbul, tra il 2000 e il 2001, quindi non molti anni fa, e una delle persone con cui collaboravo quotidianamente, tanto da diventare presto amici, era un iraniano venuto a studiare e poi a lavorare in Turchia proprio perché il regime degli ayatollah gli stava stretto. Eppure nemmeno lui perdonava i mujaheddin (cioè i rivoluzionari di sinistra scacciati dall’Iran per via di una feroce repressione dopo il “colpo di stato” di Khomeini interno alla rivoluzione) di essersi alleati con Saddam Hussein, durante la sua sanguinosa aggressione, per scalzare il regime degli ayatollah. E mi diceva che questo era il sentimento generale della borghesia iraniana anche liberale.
Non siamo nel 1917 alle soglie di una rivoluzione proletaria iraniana. Non siamo nemmeno nel 1789 alle soglie di una rivoluzione contro il feudalesimo. Siamo nel 2009 in piena crisi sistemica del ciclo egemonico statunitense.
Andare in questa congiuntura a rivendicare per terzi “diritti”, “libertà” e “democrazia” tout court, ovvero come se fossero concetti assoluti (una concezione direttamente antimarxista), vuole sempre dire essere ai confini con l’esportazione della democrazia a cui ci ha abituato Bush. Bisogna esserne coscienti.
Ma ne siamo coscienti? Ho già sentito giudizi dubbi da parte di alcuni esponenti della “sinistra antagonista” su Chavez. Il problema è che la sinistra sta ormai metabolizzando le stesse categorie e la stessa propaganda degli imperialisti. E’ una questione sociale e culturale: a furia di assolutizzare i concetti di “diritto”, “libertà” e “democrazia”,  è naturale che li si voglia imporre a quei “poveretti” che ne sono privi. Ecco come nascono le ingerenze.

4. Vorrei a questo punto sapere, come esperimento mentale, cosa avrebbe frenato quella sinistra che ieri ha contestato Gheddafi e che oggi contesta Ahmadinejad ad unirsi agli esuli anticastristi e ai mafiosi cubani per contestare Che Guevara quando, delegato all’ONU nel 1964, affermò: “Dobbiamo ripetere qui una verità che abbiamo sempre detto davanti a tutto il mondo: fucilazioni; sì, abbiamo fucilato; fuciliamo e continueremo a fucilare finché sarà necessario”.
E’ un esperimento mentale utile. Bisogna dare delle risposte a queste domande. Non possono rimanere in sospeso, per quanto dure che possano essere (e lo sono, sotto ogni angolazione).
Non ci avrebbe frenato nulla” può essere una risposta coerente. Poco bella, discutibile, ma certo non può essere tacciata di incoerenza. E la risposta non può essere motivata con la coscienza che Guevara aveva di sé come comunista. Perché allora bisognerebbe chiedersi cosa ha portato storicamente la coscienza di sé del movimento comunista internazionale nella realtà (anche Stalin era convintissimo di essere comunista). Io non ho la risposta pronta e assoluta, ma sono convinto che qualche parametro interpretativo che non sia mitologico, estetico o religioso bisogna pur cercare di trovarlo.
Se uno utilizza invece parametri mitologici, estetici e religiosi, come la “libertà assoluta” o la “democrazia assoluta”, ha tutto il diritto di farlo. Deve però sapere che tutto ciò non ha niente a che fare né col marxismo, né col comunismo. Deve sapere che questa è la concezione classica “borghese”. Che con questa concezione, solo per rimanere nell’attualità o nella storia recente, si è aggredito il Vietnam, si è fatto il golpe in Cile,  si è bombardata la Serbia (contro “Hitlerovich”, ve lo ricordate?), si è massacrato e poi invaso l’Iraq (contro il “nuovo Hitler” Saddam Hussein, ve lo ricordate?) e si è minacciato in continuazione l’Iran (contro il “nuovo Hitler” Ahmadinejad, ultimo grido). Il novello Hitler, che assieme al presidente della Bolivia, Evo Morales (un altro contestato come “dittatore” dalla classe media foraggiata dagli USA) e a quello del Venezuela, Hugo Chavez (ormai “dittatore” da un bel pezzo per la classe media locale), avrebbe deciso, così viene detto letteralmente, di “destabilizzare il mondo”, perché i tre non mollano le loro risorse energetiche alle multinazionali petrolifere, e quindi boicottano il libero mercato, e perché Morales e Chavez vorrebbero rifornire di uranio l’Iran per il suo programma nucleare (orrore denunciato dallo stato canaglia atomico per antonomasia, Israele, che però ci viene detto che sia l’unica democrazia mediorientale). Vedete in quanti modi si possono declinare le parole “libertà” e “democrazia”?
E allora, facciamo un altro esperimento mentale: ce la sentiamo di andare a protestare sotto l’ambasciata boliviana e quella venezuelana? O magari sotto quella brasiliana perché il presidente Lula (sì, proprio quello di Porto Alegre) ha riconosciuto l’elezione di Ahmadinejad?

4. Ripeto, invece, che per l’Iran la cosa migliore da fare è chiedere la fine di ogni ingerenza esterna e la fine del suo isolamento. Il contrario, a quanto pare, di quel che sta facendo la sinistra radicale (lasciamo perdere l’altra).
Solo così si “aiuteranno” quei cambiamenti fisiologici che altrimenti rischiano di fare esplodere, e magari in un bagno di sangue, quel Paese.
Per far questo però bisogna: a) aver chiaro qual’è la posta in gioco in questa crisi; b) smettere di pensarla come la “crisi del capitalismo mondiale” o, in subordine, la “crisi del neo-liberismo”; c) smetterla di pensare che quindi la contraddizione principale sarà quella tra capitale e lavoro o suoi derivati (tra un Impero e le Moltitudini Desideranti, o tra il Potere e la Libertà, o tra l’Oppressione e la Democrazia, eccetera, eccetera).
Ma non è finita, bisogna anche affrancarsi dalla sudditanza agli USA e al suo capo mandamento in Medio Oriente, Israele.
Senza estremismi (del tipo “distruggiamo Israele e gli USA”, “distruggiamo il capitalismo”, “a morte i borghesi”), con diplomazia e giocando bene le carte che questa crisi mette a disposizione.
Questa, fatta la debita traduzione, dovrebbe essere anche la “linea” da tenere all’interno. Ma qui si apre un discorso lunghissimo.
L’alternativa? La scomparsa totale della “sinistra antagonista” coi suoi residui che o saranno indistinguibili dagli odierni Radicali (specialmente sulle questioni internazionali), oppure si daranno alla disperazione, o si ritroveranno di tanto in tanto in circoli d’opinione frequentati da professori ultracinquantenni, operatori sociali, qualche intellettuale nostalgico, qualche sindacalista non passato alla Lega, qualche artista bohemienne e qualche “disubbidiente”.

Armageddon?

Questo lo ha scritto talib alle 23:32 | link | commenti (3)
iran

giovedì, 25 giugno 2009

Il Pentagono bolla le proteste

come “terrorismo di livello basso”

da Antifascist Calling  via Your-rights.com
18 Giugno 2009

Dovete complimentarvi con i securocrati del Pentagono e Ia loro ghenga, non perdono un’occasione per demonizzare, svilire oppure diffamare il dissenso politico nazionale come “terrorismo”

La American Civil Liberties Union riporta il 10 Giugno che “materiale di apprendimento dell’antiterrorismo attualmente utilizzato dal Dipartimento della Difesa (DoD) insegna al suo personale che la libera espressione in forma di pubblica protesta va considerata come ‘terrorismo di livello basso’”

Secondo il comitato di controllo per le libertà civili: “tra le risposte a scelta multipla comprese nel corso di addestramento di livello 1 di preparazione all’antiterrorismo, il DoD chiede: “Quale dei seguenti è un esempio di attività terroristiche di livello basso?” Per rispondere correttamente, l’esaminando deve selezionare ‘proteste’”
Sì, avete letto bene. Il Pentagono ha ideato un
sistema di addestramento che ti mette in mezzo! E perchè no? Nel 2003 Mike Van Winkle, portavoce del Centro di Informazione Anti Terrorismo della California (CATIC) disse dei manifestanti contro la Guerra attaccati brutalmente da poliziotti in assetto antiguerriglia nel Porto di Oakland durante le proteste contro l’invasione illegale ed occupazione dell’Iraq,
“Potete fare una facile associazione, se avete un gruppo che protesta contro una Guerra la cui causa è battersi contro il terrorismo internazionale, lì troverete il terrorismo”, disse Van Winkle, del Dipartimento di Stato della Giustizia. “Si può altresì argomentare che protestare contro una cosa come quella sia un atto terroristico” (Ian Hoffman, Sean Holstege e Josh Richman “L’Intelligence non distingue tra Terrorismo e Attivisti per la Pace” – Oakland Tribune, 18 Maggio 2003)
Ironico, dato che viene da una burocrazia sguaiata impegnata al momento in due guerre aggressive di conquista per le quali lo sgancio di bombe su innocenti pastori di capre o su feste nuziali è una passeggiata!

Per non parlare del comando operativo speciale congiunto ”executive assassination ring ”, che opera dall`ufficio dell`ex-vice presidente, che senza chiedere il permesso a nessuno ha fatto fuori nemici ufficiali del regime.

Quest’ultimo oltraggio del Pentagono segue un filone florido che la ACLU ha definito “un egregio insulto ai valori costituzionali.”
Come Antifascist Calling
ha rivelato in precedenti scritti, la 1a Brigata Combattente della 3a divisione di fanteria dell’esercito Americano è impegnata all’interno degli Stati Uniti “nel controllo giornaliero del US Army North, l’unità di servizio dell’US Northern Command (NORTHCOM).
AFC ha riportato inoltre che sin dal lancio di NORTHCOM nel 2002, è stato nel mirino di controversie. Tra queste, i compiti che suscitano maggiori dubbi sono le operazioni di spionaggio illegale all’interno degli USA in collaborazione con l’ombra del Pentagono Counter Intelligence Field Activity (CIFA). Prima di di essere applicata, come molte operazioni di intelligence del Dipartimento della Difesa, CIFA è stata pesantemente delegata in outsourcing a corporation di security. Più di 900 impiegati su un totale di 1.300 sono contractors pagati profumatamente.

Una autentica ghiottoneria per gli imbroglioni della difesa come Mitchell Wade, il noto ex president di MZM Inc. e il suo assistente, l’ignominioso ex membro del Congresso Randi “Duke” Cunningham (R-CA), infine imprigionato quando lo scandalo dei soldi e furti in cambio di contratti ha segnato (temporaneamente) l’eclisse dei neoconservatori della vecchia guardia al Congresso.
Nonostante CIFA
abbia chiuso i battenti l’anno scorso, il suo database TALON (osservazioni su minacce e sorveglianze locali), che contiene centinaia di file su attivisti contro la guerra, è stato spostato, per sicurezza, nel Guardian database dell’FBI, uno dei componenti del massiccio Investigative Data Warehouse.

E’ scontato dire che l’acquisizione illegale da parte dell'intelligence di dati sui dissidenti interni continuerà.

Il sistema di addestramento antiterrorismo visto da vicino

Mentre l’assetto ideologico che guida la politica di controllo del terrorismo interno non è cambiato molto negli anni passati dall’affermazione provocatoria di Van Winkle, le società di security e un vero esercito di consulenti guidano il sistema industriale di sicurezza interna.
Come
riportò USA Today nel 2006, “Il business della sicurezza interna è florido, e le sue entrate erariali eclissano quelle di imprese consolidate come quella cinematografica e l’industria musicale. E tutto fa pensare che continuerà a crescere in futuro, mano a mano che vengono fuori nuovi nemici ufficiali.
“Specialisti” di questo mercato redditizio sono gli ex soldati di Operazioni speciali o ex militari dell’intelligence, ufficiali FBI o CIA che arrotondano la loro pensione pascolando nel verde prato dell’industria dell’addestramento all’antiterrorismo. Inoltre c’è anche una associazione industriale (una delle molte) l’Associazione Internazionale di contrasto al terrorismo e dei professionisti della sicurezza (
IACSP).

Secondo un profilo sul sito web del gruppo, IACSP è stato fondato per creare un “centro di servizi di informazione ed educazione per tutti quelli coinvolti nelle sfide che tutte le società libere si trovano a fronteggiare” e “è aperto a tutti quelli che hanno un sincero interesse professionale nel comprendere I pericoli alla sicurezza posti dal terrorismo e dai conflitti collegati.” L’organizzazione conduce seminari e pubblica la rivista “Il giornale del controllo al terrorismo e della sicurezza nazionale”. I partner di IACSP includono:
The Institute of Terrorism Research and Response (
ITRR – Istituto di ricerche e di reazione al terrorismo): autodescritto come una società noprofit Americano/Israeliana”, ITRR offre “esperti Israeliani e Americani” che conducono “corsi di controllo del terrorismo, seminari, e specializzazioni in sicurezza nella gestione di minacce quali armi di distruzione di massa (WMD), kamikaze, e altre forme di terrorismo internazionale, servendo sia il settore pubblico che quello privato.” I loro “esperti in terrorismo” con base in America conducono seminari di addestramento “per trattare con terroristi interni e gruppi eco terroristi, inclusi l’Animal Liberation Front (ALF) e the Earth Liberation Front (ELF).” Il centro Targeted Actionable Monitoring dell’ITRR (TAM-C) è stato creato “per provvedere accurate ed utili informazioni riguardo a potenziali pericoli alla sicurezza in tutto il mondo.” Il Ground Truth Network della TAM-C “fa leva sui contatti e le fonti internazionali dell’ITRR per fornire informazioni sul campo in tempo reale”, mantenendo “informate le corporation dei pericoli al loro patrimonio e al loro personale in tutto il mondo.” Tra gli altri partner, l’Israel Export & International Cooperation Institute (IEICI), il Perelman Security Group (PSG), e la Multi Tier Solutions (MTS), una società approvata dal Ministero della Difesa Israeliano, che offer “consulti specializzati, operazioni sul campo, addestramenti specializzati, centri multi tecnologici, piattaforme di gestione di intelligence.” Chissà che attività sono previste sotto la sbrigativa terminologia “operazioni sul campo”!
Henley-Putnam University: Autodescritta come “l’unica Università telematica specializzata esclusivamente in intelligence, gestione, terrorismo e studi di antiterrorismo,” Henley-Putnam si vanta del fatto che la sua facoltà è composta da leader nello spionaggio che vengono da organizzazioni come l’FBI, la CIA e i servizi segreti.“ Partner societari sono Vienna, C2 Technologies con base in Virginia, una società specializzata in gestione delle risorse umane strategiche, missioni critiche in outsourcing e tecnologie dell’informazione.” The Centre for Counterintelligence and Security Studies (CI Centre) con sede in Alexandria, Virginia, offre “accurate e specifiche educazione, formazione e analisi sul controspionaggio, l’antiterrorismo e la sicurezza. “con uno staff composto di veterani della guerra fredda, il CI Centre è stato fondato nel 1997 da David G. Major, un agente speciale supervisore dell’FBI ritirato dal servizio”. Offre competenze chiave su misura in strategie e tattiche di controspionaggio, comprensione del terrorismo, protezione dallo spionaggio economico e simili, il CI Centre vanta uno staff di istruttori “veterani navigati” dall'FBI, CIA, Dipartimento della Difesa, Dipartimento della Giustizia, RCMP Canadese e DI Cubana”

Il CI Centre è socio membro dell'Associazione degli ex ufficiali di Intelligence (AFIO), un gruppo di ultra destra fondato nel 1975 dall'Ufficiale della CIA David Atlee Phillips. AFIO agì in maniera importante dietro le quinte per sabotare le investigazioni dei Comitati Churche e Pike sui crimini della CIA nell'era Watergate.

CTC International Group, Inc. (CTC): Autodescritto come “una agenzia di intelligence privata per la comunità del business globale”, CTC International “è composta in maniera preponderante da ex ufficiali della CIA” che “agiscono come una organizzazione di intelligence privata per la comunità legale e societaria.”

Il Performance Institute (PI): “Un think tank autonomo privato,“ PI conduce seminari ed addestramenti in situ” che “forniscono corsi intensivi” che “includono processi passo passo per incrementare le capacità di organizzazione manageriale.” Il PI organizza training in “gestione dell'applicazione di legge, uso della forza, sicurezza nazionale, finanziamento, gestione delle violenze sessuali, narcotici, gestione emergenze e tecnologia.”

IACSP sponsorizzerà il 17° simposio annuale su terrorismo, tendenze e previsioni, 18 settembre 2009 in New Jersey alla Fairleigh Dickinson University.

In aggiunta ai classici piatti forte del terrorismo islamico e la “minaccia” dell'immigrazione illegale alla sicurezza nazionale, tra gli argomenti ci sarà una relazione dal titolo “Sicurezza nazionale e libertà: un equilibrio delicato.” Inutile dire che i lettori di Antifascist Calling non saranno sorpresi su come siano distribuiti i pesi in questa relazione!
Un altro giocatore nella costellazione dell'addestramento antiterrorismo è
The Backup Training Corporation. Nel 2007 venne acquisita dalla Blackwater (ora Xe), la corporation di milizia privata (mercenaria). Backup ora è la Divisione Addestramento Digitale della Xe, e i termini dell'acquisizione, secondo Washington Technology, non sono stati resi pubblici. La società offre dozzine di DVD su diversi argomenti, come politica sociale, Diversità culturale (!), gruppi terroristici interni, addestramenti di squadra, seminari interattivi sulla difesa nazionale, gestione degli informatori di strada, profiling e sorveglianza razziale.

Ma IACSP e Blackwater non sono soli in questo ghiotto campo.
Il Florida Regional Community Policing Institute del St. Petersburg College
offre un “programma di addestramento per l’intelligence anti terrorismo”, in collaborazione con il Federal Law Enforcement Training Center (FLETC). Operando con sovvenzioni del Dipartimento di Giustizia e del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, il corso è pensato per “provvedere l’addestramento agli ufficiali di pubblica sicurezza statali e locali sul terrorismo interno e internazionale. L’obiettivo è fornire gli ufficiali le conoscenze dei terroristi/gruppi e individui criminali estremisti del passato e del presente, le loro attività e tattiche, e come riconoscere e descrivere potenziali indicatori di terroristi e criminali estremisti.” C’è anche un modulo che aiuta a “identificare gli strumenti elettronici e i media che usano i terroristi interni e internazionali e i metodi migliori per prendere il controllo di hardware e periferiche.

The Institute for Preventive Strategies (IPS): divisione del Center for Rural Development, in Somerset, Kentucky, IPS offre un corso di prevenzione del terrorismo per “forze dell’ordine professioniste.” Secondo la presentazione sul sito internet del gruppo, IPS dichiara che “gli incidenti correlati al terrorismo interno negli Stati Uniti sono in crescita. L’europa occidentale ha lottato a lungo contro i terroristi interni, ma episodi di cittadini Americani cresciuti in America che agiscono con motivazioni di terrorismo Islamico sono un problema relativamente nuovo per gli USA.” Attentamente ignorati comunque, i recenti incidenti di violenza terroristica diretti contro americani, come l’assassinio del Dr. George Tiller, medico abortista del Women’s health care (clik), a cui hanno sparato nella sua chiesa in Wichita, Kansas il 31 maggio. Il responsabile dell’omicidio, Scott Roede, un affiliato del movimento violento antiabortista Army of God e del movimento separatista bianco Freeman Movement, è stato videoripreso, secondo Democracy Now! mentre versava colla sulle serrature di una clinica di Kansas City. Sebbene le registrazioni siano state girate all’FBI giorni prima dell’omicidio, l’agenzia non ha agito. Come volevasi dimostrare, la “prevenzione del terrorismo” è ottima quando colpisce “radicali islamici”, “attivisti contro la guerra” o “ecoterroristi”. Le bande Cristiane di estrema destra sono trattate con guanti di velluto dallo stato o addirittura celebrate come “eroi” dai clerical-fascisti (loro sì cresciuti in USA). Infatti, certi elementi dei media come lo spregevole Bill O’Reilly e il suo Fox News entourage hanno creato l'humus per l’assassinio di Tiller, etichettandolo come “colpevole di nazismo”, come riportato da Salon.

America e il complesso di Orwell
“Sorvegliare le idée, piuttosto che le attività criminali”
scrive ACLU in una accorata lettera a Gail McGinn, esercente le funzioni di sotto segretario alla Difesa per il personale e la prontezza, “va contro i principi fondamentali della nostra nazione, insidiando le vere basi di una società libera.
La storia degli Stati Uniti è piena di momenti Orwelliani come questo, dove la parola “libertà” significa comprare roba e tenere la bocca chiusa.
Dal
Alien and Sedition Acts del 1798, al Fugitive Slave Law del 1850, dal COINTELPRO all'Operation CHAOS, e dal USA PATRIOT Act e oltre, la sicurezza nazionale ha avuto solo uno scopo: mantenere tutto sotto silenzio, quindi oliando il meccanismo di estrazione delle risorse (furto a mano armata) su scala planetaria.

E la chiamano “libertà”

Questo lo ha scritto talib alle 23:44 | link | commenti
resistenza, your-rightcom

martedì, 23 giugno 2009

I travisamenti occidentali
di fronte alla realtà iraniana

George Friedman* - Stratfor - 15 giugno 2009
Traduzione di Daniele Scalea
E' stato pubblicato sulla rivista Eurasia.
Grazie alla lista
Apriti Sesamo

Nel 1979, quando ancora eravamo giovani e sognatori, in Iràn ebbe luogo una rivoluzione. Quando chiesi agli esperti cosa sarebbe successo, si divisero in due campi.
Il primo gruppo d'iranisti sosteneva che lo Scià ne sarebbe senz'altro uscito indenne: i disordini non erano altro che un evento ciclico agevolmente gestibile dalla sua polizia, ed il popolo iraniano sosteneva compatto il programma di modernizzazione promosso dalla monarchia. Questi esperti avevano maturato la loro previsione parlando con gli stessi funzionari e affaristi iraniani con cui colloquiavano da anni: potenti persiani cresciuti nell'opulenza sotto lo Scià e che parlavano inglese, dato che di frequente gl'iranisti non parlavano il farsi molto bene.
Il secondo gruppo d'esperti considerava lo Scià un tiranno oppressore, e attribuiva alla rivoluzione l'intento di liberalizzare il paese. Le loro fonti erano professionisti e accademici sostenitori dell'insurrezione: persiani che conoscevano le idee della guida suprema ayatollah Ruholla Khomeini, ma non credevano avesse molto seguito nel popolo. Pensavano che la rivoluzione avrebbe aumentato i diritti umani e la libertà. Gli esperti di questo gruppo parlavano il farsi ancor meno di quelli del primo.

Sentimenti fraintesi in Iràn
Limitandosi alle informazioni che giungevano dagli oppositori anglofoni del regime, entrambi i gruppi d'iranisti avevano maturato una visione erronea degli esiti della rivoluzione: la rivoluzione iraniana, infatti, non era portata avanti dalla gente che parlava l'inglese. Era fatta dai mercanti dei bazar cittadini, dai contadini, dai chierici: persone che non parlavano agli Statunitensi, non conoscendone la lingua. Questa gente dubitava dei pregi della modernizzazione, e non era per niente certa di quelli del liberalismo; ma fin dalla nascita coltivava le virtù musulmane ed era convinta che lo Stato iraniano dovesse essere uno Stato islamico.
Europei e Statunitensi stanno male interpretando l'Iràn da 30 anni. Anche dopo la caduta dello Scià, è sopravvissuto il mito d'un movimento massiccio di popolo che guarderebbe alla liberalizzazione: un movimento che, se incoraggiato dall'Occidente, riuscirebbe alfine a formare una maggioranza e governare il paese. Noi definiamo questo punto di vista “liberalismo iPod”;: l'idea che chiunque ascolti rock 'n' roll su un iPod, tenga un blog e sappia cosa significhi “Twitter” debba essere un entusiasta sostenitore del liberalismo occidentale. Ancor più significativo che questa corrente non sia riuscita a capire che i possessori di iPod sono una ristretta minoranza in Iràn, un paese povero, religioso e complessivamente soddisfatto degli esiti della rivoluzione di trent'anni fa.
Senza dubbio c'è gente che vorrebbe liberalizzare il regime iraniano. La si può trovare tra le classi professionali di Tehran così come tra gli studenti. Molti parlano inglese, cosa che li rende accessibili a giornalisti, diplomatici e agenti segreti di passaggio. Sono loro quelli che possono parlare agli occidentali; anzi, sono loro quelli che vogliono parlare agli occidentali. E questa gente dà agli occidentali una visione assolutamente distorta dell'Iràn. Possono dare l'impressione che una fantastica liberalizzazione sia a portata di mano. Finché non si capisce che gli anglofoni possessori di iPod, in Iràn, non sono esattamente la maggioranza.
Venerdì scorso il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad è stato rieletto coi due terzi del voto. I sostenitori dei suoi rivali, dentro e fuori dall'Iràn, sono rimasti basiti. Un sondaggio dava per vincitore l'ex primo ministro Mir Hossein Mousavi. Sarebbe ovviamente interessante meditare su come si possa condurre un sondaggio in un paese dove il telefono non è universalmente diffuso, e fare una chiamata, anche dopo aver trovato un telefono, resta una scommessa. Un sondaggio, perciò, raggiungerebbe probabilmente la gente dotata di telefono che abita a Tehran e nelle altre aree urbane. Probabile che tra questi Mousavi abbia vinto. Ma fuori da Tehran e dalla gente facile da contattare, i numeri sono cambiati parecchio.
Alcuni accusano ancora Ahmadinejad di brogli. È possibile che vi siano stati, ma è difficile capire come si possa rubare un'elezione con un margine tanto ampio. Farlo avrebbe richiesto il coinvolgimento d'un numero incredibile di persone, ed avrebbe rischiato di generare numeri palesemente in disaccordo coi sentimenti prevalenti in ciascuna circoscrizione. Brogli su ampia scala implicherebbero che Ahmadinejad abbia manipolato i numeri a Tehran senza alcun riguardo per il voto. Ma ha tanti potenti nemici che l'avrebbero subito rilevato e denunciato. Mousavi insiste ancora d'essere stato frodato, e dobbiamo rimanere aperti alla possibilità che sia così, per quando sia arduo immaginare il meccanismo attraverso cui ciò sarebbe accaduto.

La popolarità di Ahmadinejad
Manca pure un punto cruciale: Ahmadinejad gode di grande popolarità. Non parla delle questioni che interessano i professionisti urbani, ossia economia e liberalizzazione; ma affronta tre problemi fondamentali che interessano il resto del paese.
Innanzi tutto, Ahmadinejad parla di religiosità. Entro ampi strati della società iraniana, è cruciale la volontà di parlare genuinamente della religione. Sebbene possa essere difficile da credere per gli Europei e gli Statunitensi, nel mondo ci sono persone per cui il progresso economico non è la cosa fondamentale; persone che vogliono mantenere la loro comunità così com'è, e vivere così come vivevano i loro antenati. Questa gente prova ripulsa per la "modernizzazione"; che venga dallo Scià o da Mousavi. Essa perdona a Ahmadinejad i suoi fallimenti economici.
In secondo luogo, Ahmadinejad affronta la corruzione. Nelle campagne è diffusa la sensazione che gli ayatollah, che hanno enorme ricchezza ed enorme potere, riflessi nel loro stile di vita, abbiano corrotto la Rivoluzione Islamica. Ahmadinejad è inviso a molti in seno all'élite religiosa, proprio perché ha sistematicamente sollevato il problema della corruzione, che risuona nel contado.
Infine, Ahmadinejad è un portavoce della sicurezza nazionale iraniana: posizione tremendamente popolare. Va sempre tenuto a mente che l'Iràn negli anni '80 combatté una guerra con l'Iràq che durò 8 anni, cagionando perdite e sofferenze inenarrabili, e di fatto conclusasi con la sua sconfitta. Gl'Iraniani, ed i poveri in particolare, hanno vissuto quella guerra ad un livello molto intimo. La combatterono in prima persona, o vi persero mariti e figli. Come succede in altri paesi, la memoria d'una guerra persa non necessariamente delegittima il regime. Semmai, può generare speranze di rinascita, così da non vanificare i sacrifici bellici: un tasto su cui batte molto Ahmadinejad. Affermando che l'Iràn non deve ridimensionarsi ma diventare una grande potenza, parla ai veterani ed alle loro famiglie, che desiderano veder emergere qualcosa di positivo da tutti i loro sacrifici in epoca bellica.
Forse il principale fattore della popolarità di Ahmadinejad è che Mousavi ha parlato per i distretti-bene di Tehran, un po' come correre per le presidenziali statunitensi facendosi portavoce di Georgetown e del Lower East Side. Questa cosa ti segna, e Mousavi ne è uscito segnato. Brogli o no, Ahmadinejad ha vinto e pure di tanto. Che abbia vinto non è un mistero; il mistero è come gli altri potessero pensare che non avrebbe vinto.
Venerdì, per un tratto, era sembrato che Mousavi fosse in grado di scatenare un'insurrezione a Tehran. Ma il momento è passato quando le forze di sicurezza di Ahmadinejad sono intervenute sulle loro motociclette. E ciò ha lasciato l'Occidente con lo scenario peggiore: un antiliberale democraticamente eletto.
Le democrazie occidentali credono che il popolo eleggerà i liberali che tutelano i loro diritti. In realtà, il mondo è più complicato di così. Hitler è l'esempio classico di chi è giunto al potere seguendo la costituzione, e poi l'ha violata. Analogamente, la vittoria di Ahmadinejad è nel contempo il trionfo della democrazia e quello della repressione.

Il futuro: lo stesso, di più
La domanda è ora cos'avverrà in seguito. Internamente, possiamo aspettarci che Ahmadinejad consolidi le sue posizioni sotto la copertura della lotta alla corruzione. Lui vuole ripulire gli ayatollah, molti dei quali sono suoi nemici. Avrà bisogno del sostegno della guida suprema ayatollah Alì Khamenei. Quest'elezione ha fatto di Ahmadinejad un presidente potente, forse il più potente che ci sia mai stato in Iràn dalla rivoluzione. Ahmadinejad non vuole sfidare Khamenei, e la sensazione è che Khamenei non vorrà sfidare Ahmadinejad. Si profila un matrimonio obbligato, che forse metterà in una posizione difficile molti altri capi religiosi.
Di certo le speranze che la nuova dirigenza politica ridimensionasse il programma nucleare iraniano sono state annullate. Il campione di quel programma ha vinto, in parte proprio perché se n'è fatto paladino. Riteniamo l'Iràn ancora lontano dallo sviluppare un'arma nucleare utilizzabile, ma di certo la speranze dell'amministrazione Obama che Ahmadinejad sarebbe stato rimpiazzato o quanto meno indebolito e ridotto a più miti ragioni, sono state infrante. È interessante che Ahmadinejad abbia inviato congratulazioni al presidente Barack Obama il giorno della sua investitura. Ci aspetteremmo che Obama ricambi la cortesia, vista la sua politica d'apertura, che il vice-presidente Joe Biden pare aver affermato, assumendo che parlasse per conto di Obama. Non appena la questione dei brogli si sarà risolta, avremo un'idea migliore se la politica di Obama proseguirà (e crediamo che sarà così).
Ora abbiamo due presidenti in posizione politicamente sicura, cosa che normalmente garantisce buone basi per negoziati. Il problema è che non si capisce su cosa gl'Iraniani siano pronti a negoziati, né quali concessioni gli Statunitensi siano disposti a dare agl'Iraniani per indurli a negoziare. L'Iràn vuole maggiore influenza in Iràq ed il riconoscimento del suo ruolo di maggiore potenza regionale, cose che gli Stati Uniti non vogliono concedergli. Gli USA vogliono la fine del programma nucleare iraniano, cosa che l'Iràn non vuole accettare.
A prima vista, questo sembrerebbe aprire le porte ad un attacco contro le installazioni nucleari iraniane. L'ex presidente George W. Bush non ebbe alcuna voglia di condurre un simile attacco, né l'ha ora Obama. Entrambi i presidenti hanno impedito agl'Israeliani d'attaccare, posto che quest'ultimi abbiano mai voluto farlo davvero.
Per ora, le elezioni sembrano aver congelato lo status quo. Né Stati Uniti né Iran sembrano pronti a mosse significative, e non vi sono terze parti che vogliano farsi coinvolgere nella questione, eccettuate le occasionali missioni diplomatiche europee o le minacce russe di vendere qualcosa all'Iràn. Alla fin fine, ciò dimostra quel che sappiamo da molto: il gioco è bloccato sul posto, e va avanti.

 

*George Friedman è direttore di Stratfor

Questo lo ha scritto talib alle 08:58 | link | commenti (2)
iran

venerdì, 19 giugno 2009

Guerra civile
Il regalo di Obama al Pakistan

di Ali Khan – 17 Giugno 2009 da
MWC (Media With Coscience) via Information Clearing House

contadino/guerriero pashtun – vecchio poster sovieticoUna guerra civile sta maturando in Pakistan. Grazie al Presidente Barack Obama, che sta spostando la guerra Americana dall'Iraq ai “veri nemici” operanti tra Afghanistan e Pakistan. Il Pakistan - sotto ricatto economico - non avrebbe potuto opporsi alla persuasione di Obama e ha deciso di ingaggiare una guerra contro il suo stesso popolo, i Pashtun abitanti nella Provincia del nord e nell'area tribale di Waziristan.
Decenni fa, il Pakistan ingaggiò una guerra simile contro il suo stesso popolo, i Bengalis nell'est del Pakistan. Nel 1971, l'esercito Pakistano si incaricò di eliminare Mukti Bahini, una forza di resistenza Bengalese, e aprì la strada allo smembramento della nazione. Nel 2009, i militari hanno il compito di eliminare i Taliban, una forza di resistenza Pashtun. La storia si ripete in Pakistan – come spesso succede alle nazioni che non imparano dagli errori del passato.
Servendosi di una premeditata caricatura dei Pashtun, che stanno resistendo con successo all'occupazione dell'Afghanistan, i consiglieri di Obama stanno forzando il Pakistan, alleato obbediente, a dare una mano per vincere la guerra in Afghanistan. Questo aiuto è un suicidio per il Pakistan. La guerra civile scatenerà forze settarie, etniche e secessioniste non controllabili. Mentre la guerra si intensificherà nei prossimi mesi, il Pakistan si troverà a fronteggiare il tracollo economico. Se la guerra civile va fuori controllo, le dotazioni nucleari Pakistane diventeranno un pericolo per la sicurezza mondiale, in tal caso il Pakistan dovrebbe essere forzatamente denuclearizzato.

Caricatura dei Pashtun
La disastrosa guerra in Afghanistan ha convinto i politici americani a creare una “verosimile” caricatura dei Pashtun, il gruppo etnico dominante in Afghanistan. Per ogni scopo pratico, i Pashtun ora sono tutti raggruppati sotto il titolo di Taliban. La caricatura è semplice e convincente: mette in evidenza i Taliban come il nemico da cinema, senza mai citare la resistenza Pashtun agli 8 anni di occupazione dell'afghanistan. I combattenti Taliban sono presentanti come dei bruti religiosi usi all'oppressione e alla violenza, desiderosi di imporre una versione barbarica dell'Islam dove non c'è posto per la libertà individuale, particolarmente per le donne musulmane.
Per falsare ulteriormente la resistenza Pashtun in Afghanistan, i Taliban sono equiparati ad Al-Qaeda, un indefinito gruppo terroristico accusato di pianificare attacchi con armi di distruzione di massa, particolarmente contro gli Stati Uniti. I burqa, le lapidazioni e le decapitazioni sono enfatizzate per tratteggiare una caricatura ributtante dei Taliban. In questa caricatura non si fa menzione del fatto che i bombardamenti Americani dei villaggi, gli omicidi extragiudiziali, le torture e le prigioni segrete hanno fallito nel piegare i Pashtun, in uno dei paesi più poveri della terra.

Codice Pashtun
Va dato merito al Presidente Obama per la sua giusta diagnosi sul fatto che i Pashtun dell'afghanistan non possono essere separati dai Pashtun del Pakistan dalla Durand Line – una linea di confine lunga più di 1600 miglia che separa inefficacemente l'Afghanistan dal Pakistan. Circa 41 milioni di Pashtun vivono su entrambi i lati del confine; intorno ai 13 milioni in Afghanistan e più del doppio (28 milioni) in Pakistan.
Concentrati in regioni geograficamente contigue di Afghanistan e Pakistan, i Pashtun vivono in grandi città, piccole cittadine e remoti villaggi. Kabul, Kandahar, Peshawar, Swat e Quetta sono le loro più grandi città. Andando indietro di migliaia di anni, i Pashtun sono uniti dalla cultura, dialetti e tradizioni. Molti hanno abbracciato l'Islam sunnita. Come altri gruppi culturali, comunque, i Pashtun hanno fuso le leggi Islamiche al loro codice d'onore pre islamico, conosciuto come Pashtunwali.
Pashtunwali è il codice Pashtun non scritto che regola i comportamenti sociali ed i rapporti con i forestieri. Questo codice appartiene ai Pashtun, non solo ai Taliban. Ospitali e gentili, i Pashtun rispettano e proteggono gli ospiti e gli stranieri. Gli invasori, tuttavia, vengono uccisi senza pietà. Nang (l'onore) è il principio fondante del codice Pashtun. Khushal Khan Khattak (1613-1689), un guerriero e poeta Pashtun, condensò il principio del nang in parole decisive: “la morte è meglio della vita quando la vita non può essere vissuta onorevolmente.” Badal (vendetta) è parte integrante dell'onore.

Badal vuole che gli insulti vengano vendicati con insulti, morte con la morte, e nessun prezzo è troppo alto per cercare vendetta. Fin che la vendetta non si è consumata, i Pashtun non hanno pace, sono ansiosi, a disagio con loro stessi. Il perdono è possibile se l'offesa non è intenzionale. Nessun perdono è dato a invasori e occupanti. Nessun nemico è troppo forte per meritare una eccezione al codice Pashtun. Britannici, Sikh, Mogul, Russi e Americani, chiunque violi il codice Pashtun si trova a fronteggiare una resistenza indomita, fino al compimento di badal. Potenti eserciti sono stati sbaragliati nella terra dei Pashtun.

Rivolta e guerra civile

Dal 2001, il Pakistan sta resistendo alla pressione di unirsi alla guerra Americana contro i Pashtun. Una guerra contro i Pashtun in Afghanistan è anche una guerra contro i Pashtun del Pakistan e viceversa. Nessun concetto di stato nazione o integrità territoriale può separare i Pashtun attraverso il confine – sicuramente non quando le terre Pashtun vengono invase e occupate.
In maniera simile, nessuna diffamazione può separare i Taliban dalle loro tribù Pashtun, anche se i Taliban seguono una ideologia religiosa forte. Per i Pashtun, il comportamento dei Taliban è profondamente legato ai concetti di nang e badal del codice Pashtun. La politica del dividi et impera praticata in Iraq, che contrappone sunniti e shiiti, kurdi e arabi, non può funzionare contro i Pashtun. Sottovalutando il codice Pashtun, gli Americani continuano a ignorare questa grossa scritta sul muro.
Giocando d'azzardo con le lezioni della storia, la Casa Bianca di Obama ha costretto il Pakistan a chiudere la porta del negoziato ed iniziare ad uccidere i sopranominati Taliban. La classe dirigente Pakistana sa che le tribù Pashtun non possono abbandonare i loro figli e fratelli per quanto gli eserciti invasori li etichettino Taliban, miscredenti o terroristi. Gli attacchi suicidi di Lahore, Islamabad e Karachi riflettono nang e badal del codice Pashtun.
Le più importanti devozioni Pashtun sono verso la loro stessa gente e il loro codice. Il Codice Pashtun, molto prima dell'avvento dell'Islam, è stato alla base del loro vivere. Al fine di ricevere bilioni di dollari dagli Stati Uniti, la leadership Pakistana si è arresa alla caricatura dei Taliban e ha portato la nazione ad una guerra civile con i Pashtun, secondo per grandezza dei gruppi etnici del paese.

Ali Khan, cronista di MWC News, è professore di diritto alla Washburn University School of Law di Topeka, Kansas.
ali.khan@washburn.edu - http://mwcnews.net/ali-khan

Questo lo ha scritto talib alle 02:10 | link | commenti
traduzioni, afghanistan, pakistan, taliban, information clearing house

mercoledì, 17 giugno 2009

L’Iran inatteso da Mazzetta

Questo lo ha scritto talib alle 08:41 | link | commenti (4)
iran

sabato, 28 febbraio 2009

Dopo che Wikileaks ha pubblicato
l'editoriale che ho tradotto qui sotto,
il sito del Pentagono da cui sono stati scaricati
i documenti riservati, è down.

Per ricevere notiziole succulente dagli USA
iscrivetevi alla mailing list di Your rights

rights@your-rights.com


Wikileaks indovina la password
e accede a documento riservato
NATO sull'Afghanistan:
“Master Narrative for Afghanistan”

February 27, 2009

WIKILEAKS EDITORIAL clik sul banner per l'originale dell'articolo

  

foto ricordo

Wikileaks ha crackato la protezione di un documento chiave relativo alla guerra in Afghanistan. Il documento, che si intitola “NATO in Afghanistan: Master Narrative", dettaglia le “storie” che i portavoce della NATO devono dare, o devono evitare di dare, ai giornalisti.

Il documento secretato, datato 6 Ottobre, e verosimilmente ancora valido, si trova sul sito del Comando Centrale del Pentagono “oneteam.centcom.mil”: [UPDATE Fri Feb 27 15:18:38 GMT 2009: tutto il sito del Pentagono è off line – probabilmente a causa di quest'editoriale – parte del sito è ancora visibile nella cache di google]

http://oneteam.centcom.mil/isc/Shared%20Documents/NATO%20Master%20Narrative.doc

La password di accesso è progress, che forse riflette il desiderio del Pentagono di non distrarsi, anche da se stesso.

Tra le rivelazioni, e incoraggiamo la stampa ad esaminare in dettaglio, la presenza Giordana quale membro segreto della forza di occupazione a guida Statunitense, l'ISAF.

La Giordania è una monarchia medio orientale, alleata degli USA, e storicamente il miglior partner della CIA nel suo straordinario renditions program, “la pratica della tortura è la norma” in questo paese, secondo un rapporto di Gennaio 2007 dello special investigator delle Nazioni Unite Manfred Nowak. clik

Il documento stabilisce che i portavoce NATO devono tenere segreto il coinvolgimento Giordano. Pubblicamente, la Giordania si è ritirata nel 2001 e il paese non compare nella lista pubblica ISAF degli stati membri di questo mese. clik


Alcune altre note su argomenti da trattare con delicatezza sono:

- Nessuna decisione sulla data di fine può essere presa dai rispettivi nazionali e/o alleati comitati politici. In nessun caso la data di fine missione può essere oggetto di pubblica discussione da parte di nessun che parli a nome NATO/ISAF.

- Il termine “risarcimento” è inappropriato e non dovrebbe essere usato perchè porta con se implicazioni legali che non competono.

- Qualsiasi discorso riguardo l'appostamento o lo schieramento di risorse militari Russe in Afghanistan è fuori discussione e non deve mai essere oggetto di considerazione.

- Solo se incalzati: le forse ISAF subiscono spesso conflitti a fuoco di origine Pakistana, molto vicino al confine. In alcuni casi fuoco di risposta è necessario, contro attacchi specifici. Quando è possibile, questo è concordato con i militari Pakistani.

Altri quattro documenti secretati o ad accesso riservato sul sito del Comando Centrale del Pentagono condividevano la password “progress”. Wikileaks li ha decrittati e pubblicati:


NATO Media Operations Centre: NATO in Afghanistan: Master Narrative, 6 Oct 2008

ISAF Afghanistan Theatre Strategic Communications Strategy, 25 Oct 2008

NATO-ISAF Afghanistan Strategic Communications External Linkages, 20 Oct 2008

NATO-ISAF Strategic Communications Ends, Ways and Means, slide, 20 Oct 2008

Ora si che è progresso.

Questo lo ha scritto talib alle 16:42 | link | commenti (1)
afghanistan, giordania, your-rightcom

giovedì, 26 febbraio 2009

Desaparecido in nome
della sicurezza nazionale

Mohamed Farag Bashmilah 
assistito dalla
International Human Rights Clinic
 

della Scuola di Legge della New York University 
 
da Huffington Post 25 Febbraio 2009

via ICH clik sul banner per l'originale dell'articolo

Da Ottobre 2003 a Maggio 2005, sono stato detenuto illegalmente dal governo statunitense e detenuto in un “sito fantasma” gestito dalla CIA senza nessun contatto con il mondo esterno. A Maggio 2005, senza nessuna spiegazione, i miei secondini Americani mi hanno tirato fuori dalla mia cella, ammanettato, incappucciato, e spinto su un aeroplano che mi ha portato a Sana'a, Yemen. Sono stato trasferito sotto la custodia del mio governo, che mi ha detenuto – evidentemente su ordine degli Stati Uniti – fino al 27 Marzo del 2006, quando sono stato infine rilasciato, senza aver mai ricevuto accuse legate a qualsivoglia attività collegata al terrorismo. Dal mio rilascio, il governo Statunitense non ha mai spiegato il perchè della mia detenzione, ed ha bloccato tutti i miei tentativi di scoprire di più circa la mia detenzione.

Quello che so è che il governo Giordano – dopo avermi torturato per diversi giorni – mi ha passato ad un “rendition team” Statunitense ad Amman, che mi ha sequestrato, spinto su un aeroplano e spedito in Afghanistan. Nel frattempo, con diversi altri trasferimenti da una prigione della CIA all'altra, sono stato sottoposto ad un brutale e profondamente umiliante riturale di “preparazione”. Sono stato spogliato nudo, vestito di un pannolone, ammanettato, bendato e  incappucciato, quindi caricato su un aereo in attesa. Sono stato trattenuto in posizioni dolorose, spesso barcollante tra i pugni i calci degli uomini che mi hanno “preparato” per il volo.


Durante la detenzione, ero in costante angoscia per la mia famiglia in Yemen, perchè sapevo che loro non avevano idea di dove fossi. Non hanno mai ricevuto nessuna comunicazione su chi mi avesse sequestrato, sul perchè mi avessero preso, o nemmeno se fossi vivo. Non sono mai stati contattati ne dal governo USA, ne dalla Croce Rossa. Mia madre e mia moglie erano in un tale stato da dover essere ricoverate in ospedale per malattia, stress e ansia. Mio padre è morto durante la mia scomparsa e io sono ancora sconvolto al pensiero che lui se n’è andato senza sapere se io fossi vivo o morto. Continuo a soffrire di attacchi di malattie che i dottori attribuiscono a quanto mi è stato fatto nei “siti fantasma”. I malesseri fisici sono resi peggiori dall'ansietà causata dal non sapere dove sono stato trattenuto, e dal non avere nessuna forma di ammissione del fatto che sono stato fatto sparire e torturato dal governo degli Stati Uniti.

Credo che il riconoscimento di responsabilità sia il primo passo per registrare il misfatto. Il popolo Americano ha bisogno di sapere cosa è successo a quelli di noi che sono spariti e sono stati maltrattati in nome della loro sicurezza nazionale, che chieda conto a chi ha commesso torture e altri crimini e riconosca la sofferenza di chi è diventato vittima. Oggi, un gruppo di Americani chiede al Presidente Obama di fare il primo passo per fare semplicemente questo, domandano che istituisca una commissione indipendente d'inchiesta sul trattamento dei detenuti nella “guerra al terrore”. clik

Lo stesso Presidene Obama recentemente ha detto che “la democrazia richiede responsabilità, e la responsabilità richiede trasparenza.” Se lui istituisse questa commissione, squarcerebbe il silenzio su quello che è successo e sarebbe il segnale di un vero impegno non solo per cambiare le pratiche del passato ma anche per essere certi che non succedano più. Sia il popolo Americano sia le vittime di queste pratiche hanno bisogno di capire cosa ha fatto la CIA nel nome della sicurezza nazionale USA. Abbiamo bisogno di sapere dove siamo stati tenuti e chi ancora è disaparecido. E abbiamo bisogno di giustizia per i crimini che sono stati commessi in violazione dei nostri più elementari diritti umani – diritti che gli Stati Uniti hanno sempre preteso di sostenere e difendere.

Il recente ordine del Presidente Obama alla CIA di smantellare le sue prigioni segrete è stato un passo significativo nella giusta direzione, ma non ha scalfito la questione irrisolta dello stabilire le responsabilità e ripristinare la trasparenza.

Il popolo Americano ha diritto di sapere cosa è stato fatto a persone come me – e ha diritto di sapere perchè ho perso 19 mesi della mia vita – tutto in nome della protezione della loro sicurezza. Mi da fiducia vedere che gli Americani si stanno battendo per i miei diritti e stanno chiedendo che venga fuori la verità. E' mia speranza che il Presidente non solo istituisca questa commissione, ma che indirizzi chi di dovere ad investigare e perseguire chi ha infranto le leggi Americane ordinando le torture e la sparizione di persone come me. Verità e giustizia non sono in contrapposizione; sono entrambe necessarie, ed entrambe sono diritto di tutti gli Americani e delle vittime ferite in loro nome.

Mohamed Farag Ahmad Bashmilah, cittadino dello Yemen, è assistito dalla International Human Rights Clinic della Scuola di Legge della New York University, che lo rappresenta nella sua richiesta di verità e giustizia.

Questo lo ha scritto talib alle 14:05 | link | commenti (1)
resistenza, information clearing house

mercoledì, 25 febbraio 2009


Cancellate il nome di mio nonno
dal memoriale della Shoah

Al Presidente dello Stato di Israele
e al Direttore del Memoriale della Shoah

February 23, 2009
By Jean-Moïse Braitberg su
Le Monde
via ICH – clik sul banner per l'originale dell'articolo

Signor Presidente dello Stato di Israele, le scrivo affinchè lei, con l'autorità che le compete, faccia cancellare dal memoriale dedicato alle vittime ebree del Nazismo, il nome di mio nonno, Moshe Brajtberg, gasato a Treblinka nel 1943, e quello degli altri membri della mia famiglia che morirono a causa della deportazione verso vari lager nazisti durante la seconda guerra mondiale. Le chiedo di onorare la mia richiesta, Signor Presidente, perchè quello che è successo a Gaza, e più in generale, le ingiustizie fatte al popolo arabo di Palestina da 60 anni, squalifica Israele quale centro della memoria del male fatto agli Ebrei, e quindi a tutta l'umanità.

Vede, fin dall'infanzia, ho vissuto in mezzo a sopravvissuti ai campi della morte. ho visto i numeri tatuati sulle loro braccia, ho ascoltato i racconti delle torture; Ho conosciuto il dolore insopportabile e ho condiviso i loro incubi. Mi è stato insegnato che questi crimini non dovevano succedere mai più, che mai più uomini avrebbero potuto, per questioni etniche o religiose, disprezzare altri uomini, deridere i loro diritti fondamentali di vivere una vita sicura e dignitosa, senza barriere, e la speranza, sia pure remota, di un futuro di pace e prosperità.

Eppure Signor Presidente, rilevo che a dispetto di dozzine di risoluzioni adottate dalla comunità internazionale, a dispetto della lampante evidenza delle ingiustizie fatte al popolo Palestinese dal 1948, a dispetto delle speranze nate a Oslo, e a dispetto del riconoscere agli ebrei Israeliani il diritto di vivere in pace e sicurezza, ripetutamente affermato dall'Autorità Palestinese, le sole risposte date dai vari governi del suo paese sono state violenza, massacri, imprigionamenti, controlli continui, colonizzazione, deprivazione.


Mi risponderà Signor Presidente, che Israele ha il diritto di difendersi contro quelli che lanciano razzi verso Israele, o contro i kamikaze che uccidono Israeliani innocenti. La mia risposta a questo è che la mia umanità non varia a seconda della nazionalità delle vittime.

Ma lei, Signor Presidente, guida il destino di una nazione che pretende di rappresentare non solo tutti gli ebrei, ma anche la memoria di quelli che furono vittime del nazismo. Questa è la questione e lo trovo inaccettabile.

Mostrando il nome dei membri della mia famiglia nel Memoriale della Shoah, nel cuore dello stato di Israele, il suo stato imprigiona le memorie della mia famiglia dietro al filo spinato del sionismo, e le rende ostaggio di una cosiddetta autorità morale che commette ogni giorno l'abominio di negare la giustizia.

Quindi, per favore, rimuova il nome di mio nonno dal luogo sacro dedicato alle crudeltà inflitte agli ebrei così che non giustifichi più le ingiustizie che vengono fatte ai Palestinesi.

Con rispetto, Jean-Moïse Braitberg.

Questo lo ha scritto talib alle 22:38 | link | commenti
israele, resistenza, information clearing house

venerdì, 20 febbraio 2009


Rapporto: “Dal 2000 l'esercito Israeliano ha rapito 7.600 bambini, 246 restano dietro le sbarre”

February 18, 2009 - Saed Bannoura per IMEMC – clik sul banner per l'originale dell'articolo


Secondo Awni Farawna, ricercatore Palestinese specializzato nelle questioni dei detenuti, dal 2000 l'esercito Israeliano ha rapito 7.600 bambini Palestinesi, maschi e femmine; 246 bambini restano dietro le sbarre.

Almeno 200 dei bambini rapiti sono trattenuti in detenzione amministrativa, senza accuse o processo. Alcuni dei bambini hanno meno di 12 anni.
Uno dei detenuti ha ora 13 mesi, è nato dietro le sbarre. Sua madre, Fatima Al Zoq, è stata rapita incinta e il suo bambino è nato in prigione, mentre lei era ammanettata e le sue gambe legate al letto da ospedale.
Secondo Farawna Israele prende di mira i bambini con il preciso intento di colpire l'infanzia e minarne la crescita. Esprime preoccupazione circa il fatto che i bambini detenuti sono sottoposti a violenze, torture ed isolamento che condiziona negativamente la loro crescita, le loro condizioni fisiche e psicologiche oltre che la loro istruzione.
Centinai di bambini hanno perso la scuola a causa della loro prigionia; centinaia di detenuti furono sequestrati da bambini e sono cresciuti dietro le sbarre. Molti di loro hanno passato più anni in prigione che con le loro famiglie.
Molti bambini detenuti sono stati abusati sessualmente e violentati dagli investigatori, dai soldati e dai criminali comuni Israeliani.
Farawna scrive che le leggi internazionali e tutti i trattati che riguardano i bambini proibiscono che i bambini vengano privati della libertà, proibiscono che venga fatta loro violenza fisica e sessuale e prevede per loro un ambiente sano, istruzione, cura fisica e mentale e prevede che gli venga garantito il necessario svago.

Nei fatti, Israele sta rapendo dei bambini, li sta imprigionando e li sta torturando. Almeno il 93% dei bambini detenuti ha subito torture, fisiche e mentali, ed è stato forzato a firmare confessioni usate poi dalle corti Israeliane.

Farawna aggiunge che i bambini detenuti sono trattati da adulti dai soldati e dagli investigatori, in diretta violazione delle leggi internazionali.
Molti bambini sono stati arrestati più di una volta prima di raggiungere i 18 anni; altri sono stati catturati da bambini e sono diventati giovani uomini dietro le sbarre, e poi uomini e sono ancora in prigione.
Diversi bambini cresciuti in prigione e poi rilasciati hanno difficoltà ad inserirsi nel mondo esterno; alcuni diventano violenti e cercano la vendetta.
Alcuni degli abusi praticati contro i bambini Palestinesi detenuti sono gli abusi sessuali, le minacce di stupro, farli denudare e fotografare i loro corpi nudi, minacciandoli di ulteriori violenze se non diventano collaboratori delle forze di occupazione.
Farawna chiede alle organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani di intervenire e fare pressioni su Israele al fine di obbligarlo a rispettare le leggi internazionali e la quarta convenzione di Ginevra.

Farawna dice che i bambini dovrebbero essere a scuola e non in cella, e che la violenza di ogni giorno di cui sono testimoni, l'arresto dei loro genitori, la morte e la distruzione che hanno vissuto prima di essere imprigionati influiscono già negativamente sulla loro crescita e sul loro comportamento.
Le violazioni Israeliane stanno creando una generazione di Palestinesi che cerca la vendetta, una generazione che ambisce ad unirsi alla resistenza fin da giovanissima, una generazione di giovani che non ha nient'altro da perdere dopo che gli occupanti hanno preso la loro giovinezza, li hanno torturati, abusati, oltre che imprigionati per lunghi periodi.

Questo lo ha scritto talib alle 00:49 | link | commenti
israele, resistenza

 

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-Israele - cronologia della corsa al nucleare

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